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ALEX SCHWAZER/ Il dopato redento e "quelli che non sbagliano mai"

Pubblicazione:martedì 10 maggio 2016

Alex Schwazer Alex Schwazer

Scontati trent'anni, si dice "addio" alla galera (anche ad un certo passato, almeno si spera). Chi esce non è un latitante, è un uomo che ha riacquistato la libertà perduta: è la giustizia, quella scritta proprio dagli uomini, tra l'altro. Quelli che non-sbagliano-mai potranno dire di lui, ad oltranza, che è un ex-detenuto, a vita: c'è qualcuno che ha bisogno delle etichette per sopravvivere. In realtà, scontata la pena inflitta, l'uomo è libero. L'atleta è libero. 

Per proibirne il riscatto, occorrerebbe rimettere in atto la pena-di-morte: ad invocarla sono in tantissimi, a farla reinserire nella Costituzione italiana non si ha nemmeno il coraggio di pensarlo. Si preferisce evocarla, mascherarla, trincerarsi dietro una giustizia dell'osteria. La pena di morte, nello sport, è la radiazione: ci fosse stata, da quattro anni si parlerebbe di lui come di un ex. E lui avrebbe accettato di pagarne le conseguenze: delle sue scelte prima che della giustizia. Siccome non c'è, allora a pagare dazio sarà, ancora una volta, la frustrazione di chi, accecato dalla voglia di vendetta, non s'accorge che la parabola di uno sportivo è uno specchio nel quale riflettere se stessi: ciò che oggi tutti leggono nella storia di Alex, domattina potrebbe essere l'immagine di qualsiasi altro. Dentro e fuori le logiche dello sport. Forse anche per questo lo sport richiama la vita, è metafora di vita. E nello sport c'è sempre il girone di ritorno: si chiama riscatto.



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