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ARTE/ Il futuro della cucina? Vedere il mondo da un campanile

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Come se la tradizione dei comuni e delle corporazioni fosse non solo parte del nostro passato, ma il centro del nostro presente e del nostro futuro. Ecco perché mi ha fatto piacere sentire Andrea Gnassi, sindaco di Rimini, dire: "Siamo il paese dei campanili, ma sarebbe ora di smetterla di intenderli come il luogo della superiorità rispetto i vicini e di farli diventare un punto di osservazione privilegiato e alto per avere uno sguardo più aperto sul mondo che ci circonda e scrutare gli orizzonti lontani".

Questo non significa disconoscere le eccellenze locali, come ha giustamente sottolineato l'assessore regionale dell'agricoltura dell'Emilia Romagna, Simona Caselli, ricordando che la sua regione è quella con il maggior numero di prodotti Dop e Igp (ben 43!), ma vuol dire comprendere come si possa lavorare tutti insieme per far emergere l'enorme potenziale del nostro territorio. In termini di luoghi, storia, produzione, alimentazione, vini, solo per citare alcuni comparti. E questo può e deve partire dalle realtà locali, che devono rivendicare l'orgoglio delle proprie tradizioni e non seguire le mode. "Il ristoratore romagnolo — ricorda Bottura — non può offrire il salame Milano perché pensa di andare incontro alle esigenze del cliente. Deve proporre quello che il contadino e l'agricoltore locale offrono, perché il turista è affamato di territorio". 

E il territorio passa attraverso le mani. Quelle del contadino che coltiva le materie prime e quello del cuoco che le trasforma, le valorizza, le esalta. Da qui il nome della kermesse di Rimini, tratto da una poesia di Tonino Guerra, "Al Méni" — ovvero "le mani". In fondo, il nostro futuro è tutto qui. Nelle nostre mani.

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