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PAPA/ Tutti vanno dietro a cani e gatti, Francesco all'amore di Dio

L'Udienza che passerà alla storia per essere quella in cui Papa Francesco ha detto che cani e gatti vengono dopo gli umani è stata invece un incontro sulla vita interiore. MAURO LEONARDI

Papa Francesco (Infophoto) Papa Francesco (Infophoto)

L'Udienza che passerà alla storia per essere quella in cui Papa Francesco ha detto che cani e gatti vengono dopo gli umani, è stata invece un incontro sulla vita interiore. Repubblica, Messaggero, Corriere, Tempo, Giornale hanno tutti titolato più o meno: "C'è chi ama gatti e cani ma non aiuta i propri vicini" e invece se vai al sito della Santa sede o di Radio Vaticana trovi: "Pietà non è pietismo". Cattivo giornalismo? Forse solo che cani e gatti si conoscono e invece emerita sconosciuta è la vita di pietà o vita interiore, che dir si voglia. È capitato a Gesù di raccontare che prima della Resurrezione veniva la Croce e di accorgersi che i suoi discepoli capivano bene la seconda cosa ma erano del tutto indifferenti alla prima.

La frase su cani e gatti è stato solo un esempio — piccolo — di come sia facile fare della misericordia non il volto di Dio, ma una scorciatoia per provare sentimenti di compassione scordandosi dell'amore. Il punto però non erano i felini e i canini ma la misericordia. Che è di Dio. E davanti allo sguardo di Dio non si può lasciare fuori nessuno: o si ama tutti e tutto perché tutti e tutto vengono da Dio e dal suo amore, o non si ama. Il problema cioè non sono il cane o il gatto: il problema siamo noi. Siamo noi che abbiamo bisogno di pietà, di provarla su di noi e di donarla agli altri. E abbiamo bisogno — questo intendeva il Papa — di pietà vera e non di pietismo.

Siamo noi che dobbiamo leggere e rileggere le parole del Papa sulla misericordia e imparare a impietosirci, troppo comodo fermarsi a cani e gatti. Loro non hanno bisogno delle parole del Papa perché loro capiscono già l'amore che dà una carezza: siamo noi che non sappiamo riconoscere in un vicino di casa il prossimo anche se magari sappiamo a memoria i passi del vangelo sul buon samaritano.

"Per Gesù provare pietà equivale a condividere la tristezza di chi incontra, ma nello stesso tempo a operare in prima persona per trasformarla in gioia". Ecco perché dovrebbe passare alla storia questa udienza giubilare: perché il Papa definisce la pietà come condividere la tristezza di chi si incontra e operare in prima persona per trasformarla in gioia. "Condividere" vuol dire dividere in due. Significa aiutare una vicina a portare la spesa, prenderle le buste più pesanti e accompagnarla all'ascensore.

Prima e più che di cani e gatti, cioè, il Papa sta parlando dei nostri vicini di casa. Li incontriamo, li incontriamo sul pianerottolo o in ascensore, e non li guardiamo. La misericordia — sta dicendo il Papa — è così divina da essere molto piccola, da entrare in un saluto più gentile del solito, in due parole meno frettolose. E in questo, direi, i cani aiutano molto: hanno sempre un'annusatina e una scodinzolata pronta per chi non si conosce.