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PAPA E IMAM/ Francesco incontra Al-Tayyib, un'apertura che nasce dal vangelo

Pubblicazione:martedì 24 maggio 2016 - Ultimo aggiornamento:martedì 24 maggio 2016, 18.48

Al Tayyib con papa Francesco (Foto da Vita.it) Al Tayyib con papa Francesco (Foto da Vita.it)

L'incontro in Vaticano tra papa Francesco e Al-Tayyib è il primo dopo la rottura consumatasi a Ratisbona nel 2006 a causa del modo in cui furono utilizzate alcune parole di Benedetto XVI. Viene ricucito uno strappo che avvenne quando il papa di allora aveva sostenuto, senza essere capito, che l'uso corretto della ragione era il vero antidoto alla violenza.

Wael Farouq ha commentato lo storico evento dell'abbraccio tra l'imam e il papa dicendo che "Francesco è una persona certa della sua fede, e questa certezza lo rende disponibile a incontrare chiunque e a vedere in ogni persona e in ogni cultura una possibilità di arricchimento prima che una minaccia. Questo modo aperto di concepire il rapporto con l'alterità è l'antidoto più potente alla violenza, al sospetto e allo scetticismo che sono sempre più presenti nel mondo".

A Ratisbona erano state usate parole per costruire muri, adesso le parole servono per costruire ponti. In maniera molto significativa, papa Francesco non ha regalato all'imam il catechismo o il vangelo, ma l'enciclica Laudato Si' e il medaglione con l'ulivo della pace. Cioè, non si è andati a parlare di ciò che divide ma di ciò che unisce, ovvero del bisogno di pace. Che è come il cemento, la colla, la malta, tra i mattoni. Infatti, per costruire, i mattoni non sono sufficienti. Ci vuole anche che si tengano insieme, che siano incastrati e incollati. Non basta che i grandi della Terra si incontrino, ci vuole che si ascoltino, che parlino di cose così importanti da tenerli almeno mezz'ora nella stessa stanza e che facciano venir loro voglia di rivedersi. Così è stato: dicono le agenzie che il papa e l'imam si sono intrattenuti principalmente sul tema del comune impegno delle autorità e dei fedeli delle grandi religioni per la pace nel mondo, il rifiuto della violenza e del terrorismo, la situazione dei cristiani nel contesto dei conflitti e delle tensioni nel Medio oriente e la loro protezione. Cioè sono stati uniti non da temi cristiani o islamici, ma umani. Pace, non violenza, protezione delle minoranze. Regalare un simbolo di pace è parlare di Dio, il nostro Dio, quello di tutti. Parlare del creato è parlare della casa comune dove tutti siamo figli, ospiti, custodi. Siamo fiori tutti del medesimo campo.

Purtroppo nel 2006 a Ratisbona le parole di Papa Benedetto XVI vennero tolte dal contesto, e così non solo morirono ma divennero velenose. I fiori sono belli e importanti se rimangono collegati al prato. Se ci facciamo prendere dalla tentazione di toglierli dal loro contesto, li  strappiamo e li portiamo a casa, otterremo solo di vederli morire velocemente. 


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COMMENTI
24/05/2016 - Refusi o dissimulazioni? (Massimo Mascolo)

Una serie di refusi da parte dell’articolista? Primo: “Viene ricucito uno strappo che avvenne quando il papa di allora aveva sostenuto, senza essere capito, che l’uso corretto della ragione era il vero antidoto alla violenza”. In realtà Benedetto XVI in quel famoso discorso, che va letto proprio nel contesto di quell’incontro e di quel ragionamento (sennò è chiaro che i fiori messi volutamente fuori contesto li vogliamo far appassire…), si poneva il problema dei rapporti da un lato tra fede e ragione-Logos e dall’altro tra violenza e libera conversione. Perciò, citando l’imperatore, è contrario alla natura di Dio non agire secondo Logos-ragione, Dio non si compiace del sangue. Secondo: l’incontro tra Papa Francesco e Al-Tayyib “è il primo dopo la rottura consumatasi a Ratisbona nel 2006 a causa del modo in cui furono utilizzate alcune parole di Benedetto XVI”. Questo è il secondo sospetto refuso: infatti non si consumò a Ratisbona la rottura, ma dopo l’anatema da gran parte del mondo musulmano, per il solo fatto di aver tentato di costruire un ponte basato sul Logos comune all’umanità. E chi è stato fino a ieri il più acceso nell’utilizzo improprio di quel discorso? Sorpresa: Al-Tayyib. Terzo refuso? “A Ratisbona erano state usate parole per costruire muri, adesso le parole servono per costruire ponti”! Ok, parole pontificali di Al-Tayyib: “le operazioni di martirio in cui i palestinesi si fanno esplodere sono permesse al cento per cento secondo la legge islamiche.

 
24/05/2016 - Secondo commento (Giuseppe Crippa)

Ho capito la stessa identica cosa e spero anch’io di sbagliarmi!

 
24/05/2016 - Dire la verità erige muri? (FRANCA NEGRI)

Cercando di districarmi tra una metafora botanica e l'altra, direi che le parole hanno come contesto la frase e la frase il periodo e il periodo il discorso. Le parole di Benedetto XVI erano esattamente e limpidamente contestualizzate. Si parlava di fede e ragione che resta la "questione" irrisolta dell'islam ma anche del cristianesimo. Altri vollero, consapevolmente, dimenticarlo per colpirlo e colpire in lui la Chiesa. Qui, in qualche modo, viene fatta la stessa operazione. Si passa da un'apparente accusa di strumentalizzazione da parte di altri a sostenere che quella "verità" non andasse detta, perché la verità erige muri e non costruisce ponti. Occorrerebbe, quindi, dire solo ciò che l'interlocutore si aspetta venga detto? Ciò che crede già di sapere? Se il minimo comun denominatore è tutto ciò a cui si può aspirare in un dialogo tra "diversi" perché non stare zitti? E sottomettersi.

RISPOSTA:

Attorno alle parole non ci sono solo le parole ma le persone e le situazioni. Si ricorda cosa c'era attorno al pontificato di Benedetto XVI? I gesti intorno alle parole non sono un di più ma spesso sono l’essenziale. "Ti sta bene" detto da un ragazzo che loda la ragazza per il vestito nuovo non ha lo stesso senso del "ti sta bene" detto dalla mamma al figlio che, non avendo studiato, ha preso un brutto voto a scuola. Sono le stesse parole ma le prime sono una lode, le seconde un rimprovero. ML

 
24/05/2016 - Commento (Barbara Leopizzi)

In pratica, secondo l'autorevole sacerdote autore dell'articolo, il Vangelo è divisivo, meglio che un Papa parli d'altro; le parole di Benedetto XVI tiravano su muri (un vero cattivone quel Papa!); la missione di un Papa è un po' come quella di un Segretario dell'ONU. E pensare che ci sono ancora dei cristiani che sono disposti a morire per testimoniare Gesù... Ma forse ( spero!) ho capito male.

RISPOSTA:

Grazie. Se lei non ha capito, probabilmente mi sono spiegato male. Quello che volevo dire è che io cercherei le cose in comune con chi è lontano da me non facendo passare per bene il male ma cominciando dal bene e non dal male. Mi spiego: se dovessi uscire con lei parlerei di famiglia, di figli, di lavoro, di quello insomma che abbiamo in comune e dopo che ci siamo conosciuti meglio inizierei a parlare, se vuole e se le va, di quello che non abbiamo in comune. A quel punto, dopo la nostra conoscenza, quello che non abbiamo in comune sarebbe “quello che non abbiamo in comune tra due amici”. Una bella differenza. Ora mi sono spiegato? ML