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IL CASO/ Tutti i numeri che anticipano la nostra fine

Antonio Galdo nel suo saggio "Ultimi. Così le statistiche condannano l'Italia" mette alcuni dati riguardanti il nostro paese. Una mazzata. Siamo un Paese senza speranza? LUCIA ROMEO

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Nonostante abbia fatto un percorso umanistico che alla fine mi ha portato alla laurea in lettere, i numeri mi hanno sempre affascinato. Per quella loro capacità di raccontare. Di sintetizzare una situazione e di dare degli strumenti per farsi un'opinione. Non sono neutri i numeri. Spesso esprimono giudizi più forti e taglienti di mille parole. E oggi vorrei provare a proporne alcuni. Forse poco piacevoli, ma indispensabili se vogliamo fare un passo avanti.

Sono i numeri dell'Italia. Partiamo da quelli della previdenza. Siamo andati oltre i 200 miliardi di euro l'anno per pagare la pensione a 16,5 milioni di italiani. Le pensioni di invalidità stanno crescendo al ritmo di 50mila l'anno con punte al sud che sfiorano il 9% dei cittadini (sic!) che ricevono un sussidio da invalido civile. L'Inps (che aveva un patrimonio di 18 miliardi di euro solo nel 2014) andrà in negativo già quest'anno e nel 2023 le stime parlano di un segno meno per oltre 56 miliardi di euro. L'età media nel nostro Paese è salita a 44,5 anni portandoci, dopo il Giappone, ad essere lo stato più vecchio del pianeta. Gli studi dicono che tra vent'anni gli ultrasessantenni arriveranno al 33% (dal 20 attuale).

La nostra competitività  è crollata e, secondo il World Economic Forum, siamo al 49simo posto su 144 Paesi. In Europa abbiamo dietro solo Bulgaria, Romania e Grecia. Abbiamo il record mondiale delle crisi di governo: dal 1970 siamo al livello di 1,2 all'anno. Dietro di noi il Libano, devastato da anni di  guerre civili. Se parliamo di tasse, siamo arrivati al 43,5% del Pil. Per le imprese il carico fiscale è al 65,4% dei profitti (in Germania è il 48%, in Gran Bretagna il 33%). Il 4,01% dei contribuenti paga il 32,6% del gettito Irpef, infatti 31 milioni di persone (la metà della nostra popolazione) dichiara di non avere un reddito. Dei 167,6 miliardi di euro di Iva evasi in Europa all'anno, 47,5 sono merito nostro. Nella classifica della chiarezza fiscale siamo al 141esimo  posto, tanto che un'impresa italiana deve affrontare ogni anno da 92 a 251 adempimenti fiscali. Per attivare l'allacciamento di una rete elettrica, un imprenditore nostrano ci mette 124 giorni, contro i 28 di un collega tedesco e i 79 di un francese. Nel segmento del food, che dovrebbe essere il nostro fiore all'occhiello, siamo sorpassati a destra e a sinistra. La quota di mercato delle nostre aziende in Cina, per esempio, è dello 0,9% contro il 4,8% dei tedeschi e l'1,2% dei francesi. Non va meglio negli Usa, dove siamo fermi all'1,8%.

L'intero flottante di Piazza Affari vale 340 miliardi di euro, circa 50 in meno della sola Google. Gli investimenti in ricerca e sviluppo sono stati via via ridotti. Siamo fanalino di coda in Europa e nel gruppo del G20, con un misero 1,25% del Pil contro il 4% di Israele e il 2,89% della Germania. Siamo usciti dalla top 10 dei paesi europei che depositano brevetti presso l'European Patent Office, ne depositiamo appena il 2%.