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INCIDENTE FERROVIARIO/ Perché proprio io (perché tu), a quell'ora, su quel treno?

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Chi sei tu, contadino travolto da una scheggia mentre eri nei campi? Chi sei tu, capotreno a poche settimane dalla pensione? Chi sei tu, trombettista quindicenne? Perché a quell'ora? Perché proprio tu? Tutta una vita, di quindici o di quaranta o di settant'anni, per finire così: che senso ha? Che senso ha per me, ora che lo so? Perché la legge universale è che è successo, che a volte succede, che succederà ancora. Succedeva nel '44 a Milano, durante la guerra civile: «Perché quella donna nel tappeto? Perché quell'altra? E perché la bambina? Il vecchio? I due ragazzi?». Le vecchie parole di Elio Vittorini sono identiche al nostro sgomento: «Con l'uno o l'altro, egli aveva parlato tutta la sera, sempre conversava con chi si incontrava, e ora lo stesso parlava, conversava, come tra un uomo e un uomo si fa, o come un uomo fa da solo, di cose che sappiamo e a cui pur cerchiamo una risposta nuova, una risposta strana, una svolta di parole che cambi il corso, in un modo o in un altro, della nostra consapevolezza». Che tragedia, quando questa svolta non arriva. Con troppe parole ci diciamo che non ci sono parole, e nemmeno le lacrime arrivano più. Ci guardiamo angosciati, improvvisando incoraggiamenti. «Come se lui avesse chiesto: E perché loro? Mossero nello stesso modo la faccia, e gli rimandarono la domanda: E perché loro?».
Ci rimandiamo la domanda. Ciechi, impotenti. Chi ci sveglierà, da questo rigirarci le domande fra di noi? «Come, ahi come, o natura, il cor ti soffre / di strappar dalle braccia / all'amico l'amico, / al fratello il fratello, / la prole al genitore, / all'amante l'amore: e l'uno estinto, / l'altro in vita serbar? Come potesti / far necessario in noi / tanto dolor, che sopravviva amando / al mortale il mortal?» (Giacomo Leopardi, Sopra un bassorilievo sepolcrale antico).
Ora che mancano le parole, e manca l'emozione, e mancano i buoni consigli, e mancano i discorsi religiosi, e manca la fiducia negli uomini, e manca l'interesse per le chiacchiere sulle linee ferroviarie e sui colpevoli, e manca tutto, e mancano troppe persone all'appello, sarebbe tremendo se mancassi anch'io. Se mi lasciassi andare, prima del destino.
Guardavano la croce, guardavano quell'uomo che tanto conosceva il dolore e la morte. «Santo, Santo che soffri, / Maestro e fratello e Dio che ci sai deboli, / Santo, Santo che soffri, / Per liberare dalla morte i morti / E sorreggere noi infelici vivi, / D'un pianto solo mio non piango più. / Ecco, Ti chiamo, Santo, / Santo, Santo che soffri». Erano chiacchiere quelle di Ungaretti che piangeva ma sentiva il suo pianto che rimava con quello di suo fratello Dio? È così lontano dalle campagne coratine quell'uomo che gridava a suo padre «perché mi hai abbandonato?». Con l'affronto che un figlio si permette verso il padre, lo gridava anche Dante: «E se licito m'è, o sommo Giove / che fosti in terra per noi crucifisso, / son li giusti occhi tuoi rivolti altrove?».