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SCHWAZER/ Il "peccato mortale" di Alex è Sandro Donati

Pubblicazione:giovedì 14 luglio 2016

Alexander Schwazer e Sandro Donati (a s.) in conferenza stampa (Foto M. Pozza) Alexander Schwazer e Sandro Donati (a s.) in conferenza stampa (Foto M. Pozza)

Il peccato mortale di Sandro è solo un problema di schiena: è diritta, tutt'altro che ingenua come insinuano le osterie di certi giornali. Il peccato mortale di Alex è Sandro. Un peccato che, impossibilitati a sconfiggere in gara, fanno espiare in tutt'altra maniera: si prepara loro una bomba ad orologeria. E' un giocattolo semplice-semplice, che mette l'avversario a confronto con il tempo-che-non-c'è. Gli si chiede di potersi difendere, ma la risposta è sempre la medesima: "non c'è tempo". Parole di chi ha fatto del diritto una scelta: "E' lampante che c'è stata un'ingerenza esterna fortissima in questo disegno di non far gareggiare Alex a Rio, punire Donati e anche Schwazer — ha commentato l'avvocato Brandstaetter —. Il dramma è che ci hanno impedito di fare il processo". A vincere così sono capaci tutti, però.
Lui, il grande incriminato? Si presenta in conferenza stampa con la sua tuta-da-lavoro addosso: l'impressione è che stavolta quella seconda pelle non sia affatto disposto a venderla. Non è più solo sua, l'affare è a-due, anche oltre: s'allena, dunque. "Continuo ad allenarmi in questi giorni perché per vincere l'Olimpiade non c'è bisogno di doping. Se tra un anno mi danno ragione, non me ne frega niente. Io voglio andare all'Olimpiade e vincerla, non mi sono dopato, ho dimostrato di essere il più forte".
Parole asciutte, prosciugate, scolpite. Sudate: "Oggi con Alex abbiamo fatto un allenamento di tre ore, quasi la durata della gara — ha confidato Donati —. Posso solo dirvi che il tempo che ha fatto, sono in grado di farlo solo due-tre atleti in questo momento". E' la forza della mente a differenziare i campioni dai quasi-campioni: il doping, quando c'è, s'aggancia subito dopo, non appena prima. Scriveva Robert Musil: "Lo sport si potrebbe definire il sedimento di un odio universale finissimamente diffuso, che precipita nelle competizioni sportive". O impedendone la partecipazione.
Se questi due non riusciranno a prendere il volo per Rio 2016, aspettate a dire che hanno perduto tutto: semplicemente è terminato il tempo messo loro a disposizione. Un ridicolissimo avanzo di tempo, com'è di tutte le cafonate che orchestra la menzogna. Loro, nel frattempo, si rimettono in marcia: uno dormirà in una cabina-letto dell'Alta Velocità, in direzione di Roma. L'altro, isolato nelle sue montagne, quasi dormirà con la tuta-addosso. Marcerà ancora, nell'attesa che il prof torni, magari con la scorta messa a punto dal Viminale. Nella ciclabile che accarezza l'Isarco, a questo punto, tutto è possibile. L'unica cosa certa è che lo sport non costruisce la personalità, la rivela. E questi due sono ancora in piedi. In marcia verso Rio.



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COMMENTI
14/07/2016 - caro pozza (marco nocetti)

credo, temo che ci sia molto di vero in quello che scrive. grazie per fare luce con tanta passione su questo, letteralmente, eroico atteggiamento di Schwazer e Donati.

 
14/07/2016 - Anche invidia? (Giuseppe Crippa)

Forse non si tratta solo di doping ma anche di altre miserie umane… Schwazer e Donati di fatto si impongono come elementi di punta della marcia italiana oscurando il ruolo della federazione e in particolare dei dirigenti tecnici che difendono gelosamente il diritto di selezionare gli atleti e di prepararli per le competizioni. Invidia del più bravo e difesa – mi auguro non con mezzi criminali - delle proprie posizioni di potere sono purtroppo connaturate nell’animo di tutti noi.