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SCHWAZER/ Il "peccato mortale" di Alex è Sandro Donati

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Alexander Schwazer e Sandro Donati (a s.) in conferenza stampa (Foto M. Pozza)  Alexander Schwazer e Sandro Donati (a s.) in conferenza stampa (Foto M. Pozza)

SCHWAZER. La mafia uccide solo d'estate non è solo il bellissimo titolo di un film del regista italiano Pierfrancesco Diliberto, alias Pif. Potrebbe anche diventare, nel brevissimo arco di qualche ora, la decifrazione del dramma, umano ancor prima che sportivo, che si sta consumando — che sta, giocoforza, consumando — la coppia d'oro della marcia, Donati-Schwazer.
C'è una nuvola pesantissima che s'adombra nel cielo delle olimpiadi. A voler "cavare" il proverbiale ragno dal buco, è necessario bandire dal ragionamento parole come cronometro, ripetute, allunghi, dare il benservito a concetti come record, alloro, medaglie per dare il benvenuto a parole di tutt'altro campo semantico: clan, intrigo, mafia, vendetta, agguato. Parole che nulla avrebbero da spartire con la poesia del gesto atletico ma che, quand'arrivano, irrompono con la grazia di un elefante in un negozio di gioielli. Non per nulla sono al lavoro i Ros, si stanno muovendo le procure della Repubblica, il professore Donati stamattina verrà ascoltato dalla Commissione Parlamentare Antimafia in merito alle affermazioni rilasciate a Repubblica: "Ho paura che possa accadere qualcosa di molto brutto a me o alla mia famiglia. Anche di perdere la vita".
L'urina conservata dentro le provette è capace di smuove interessi planetari; il prof, che da tre decadi ha fatto della lotta al doping il suo biglietto da visita, purtroppo lo sa bene come nessun altro: "C'è la volontà di spazzare via un atleta e il mio lavoro assieme a lui" è la sintesi snervante del suo pensiero nella conferenza stampa indetta ieri nel quartier generale di Vipiteno. Il perché della faccenda, se solo fossimo in uno stato di diritto, sarebbe roba da dilettanti sbrigare: "Il messaggio è molto chiaro: chiunque parla va messo fuori gioco, chi rompe il muro dell'omertà che c'è sul doping deve pagarla cara". Concetti familiari anche dentro le patrie galere.
Adesso che li han condotti fin sul ciglio del precipizio, per poi gettarli giù, il prof-di-mille-battaglie ci mette, dopo la faccia, i nomi: dei fratelli Damilano, dell'ex segretario della Fidal Luciano Barra, dell'antidoping senior manager della Federazione Internazionale Capdevielle. Poi lascia scorrere le lacrime: "Questo ragazzo si è messo in gioco con un coraggio che voglio vedere quante persone hanno — calca la voce —. Io l'ho aiutato, conosco il mio mestiere, consentitemi un piccolo atto di superbia. Dopo tre mesi me ne sono accorto: Alex è un super asso".
Lo smisurato talento di Alex, l'atleta di Racines che le procure ritengono pedinato, inseguito, interessante, che i detrattori dell'informazione non temono di additare come baro, marcio, dopato. Sospettando pure un business dietro la sua risalita dalla scarpata: "Un atleta non può correre con i soldi in tasca. Deve correre con la speranza nel cuore, i sogni nella testa" (E. Zatopek).



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COMMENTI
14/07/2016 - caro pozza (marco nocetti)

credo, temo che ci sia molto di vero in quello che scrive. grazie per fare luce con tanta passione su questo, letteralmente, eroico atteggiamento di Schwazer e Donati.

 
14/07/2016 - Anche invidia? (Giuseppe Crippa)

Forse non si tratta solo di doping ma anche di altre miserie umane… Schwazer e Donati di fatto si impongono come elementi di punta della marcia italiana oscurando il ruolo della federazione e in particolare dei dirigenti tecnici che difendono gelosamente il diritto di selezionare gli atleti e di prepararli per le competizioni. Invidia del più bravo e difesa – mi auguro non con mezzi criminali - delle proprie posizioni di potere sono purtroppo connaturate nell’animo di tutti noi.