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DISABILE PICCHIATO/ Le scuse su Facebook? Se aboliamo la realtà ci resta solo il mondo virtuale

Un disabile viene pestato in Sardegna, fuori dalla discoteca di San Teodoro. L'aggressore si scusa, ma lo fa su Facebook. La realtà è "saltata", l'altro non c'è più. GIANNI MEREGHETTI

Un fermo immagine del video che riprende il pestaggio (Foto dal web) Un fermo immagine del video che riprende il pestaggio (Foto dal web)

DISABILE PICCHIATO. Un nuovo episodio di cui è rimasto vittima un disabile all'uscita della discoteca di San Teodoro in Sardegna è rimbalzato sui mezzi di informazione ed è diventato oggetto del dibattito politico. Il nuovo episodio ha uno strascico, è passato dalla realtà al mondo virtuale: il pestaggio è avvenuto nella realtà, le scuse attraverso i social network con un messaggio postato su Facebook. Bisogna far chiarezza per capire i veri termini del problema. La giustizia faccia il suo corso, la questione educativa urge un giudizio che entri nel merito delle questioni e le affronti.
Innanzitutto bisogna chiarire che il problema non è che quella persona di una certa età sia disabile; il punto è che non è ragionevole questo ricorso alla violenza come modalità ormai usuale nei rapporti tra persone, questo il problema centrale e prioritario.
Discoteca, non discoteca, disabile non disabile, il problema è che l'altro non è il punto di riferimento di un rapporto, ma il terminale della propria istintività, rabbia istintiva o, nello stesso modo, oggetto di piacere. Il fatto accaduto a San Teodoro, come tanti altri fatti dello stesso genere, denuncia una perdita del valore dell'altro, ma questa a sua volta non esplode come un fungo in episodi irrazionali, la questione è più grave, è nei normali rapporti quotidiani che non si vede più l'altro in modo positivo, non lo si guarda per intessere con lui una relazione.
È da riprendere con forza un'educazione in questa direzione; e non lo si fa con i discorsi né con le sanzioni, ma con dei gesti umani.
Io sono stato educato a riconoscere una positività nell'altro non perché i miei sacerdoti o i miei insegnanti mi hanno fatto delle prediche, ma perché ogni settimana venivo invitato ad un gesto che si chiamava e si chiama "caritativa", dare alcune ore la settimana per condividere un bisogno, come quello di fare compagnia agli anziani o di fare i compiti con i ragazzi immigrati. Così, vivendo un gesto gratuito di carità ho imparato a guardare in modo positivo ogni altro. Questa è la strada da prendere oggi, ritornare ad educare i giovani ad uno sguardo positivo, far loro vivere esperienze di condivisione del bisogno attraverso le quali ritrovino se stessi e il gusto del rapporto con gli altri.
Questa è la prima questione, che si ponga con forza la domanda sul bene, e non si rimanga nell'orizzonte del male. Ma ce n'è una seconda: ed è la grave confusione tra mondo reale e mondo virtuale, che anche questa è di tutti i giovani, se non anche degli adulti.