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19 LUGLIO 1992/ Borsellino, alla schiavitù preferì l'azzardo della libertà

Cade oggi l'anniversario della morte del giudice Paolo Borsellino nella strage di Via D'Amelio del 19 luglio 1992. Prima di lui, il 23 maggio, era toccato al giudice Falcone. MARCO POZZA

Via D'Amelio, 19 luglio 1992 (LaPresse) Via D'Amelio, 19 luglio 1992 (LaPresse)

Le onde si stravaccavano impetuose sulla battigia del mare. Il perché di tutto quel trambusto che s'accese all'ora del tramonto, ci parve chiaro di lì a qualche istante, faceva le veci delle campane quando annunciano una dipartita. Ce l'avessero detto prima, quella domenica ci saremmo vestiti a lutto, evitando quel sorriso sbarazzino ch'è tipico di chi s'affaccia smaliziato sulla vita. 

Fu così che, all'ora del vespro, in quel sempre-presente 19 luglio 1992 partecipammo, in diretta e in costume, al funerale dell'Italia. Alle 16.58, una Fiat 126 rubata, con dentro 90 chilogrammi di esplosivo, esplose a Palermo in via D'Amelio 21, sotto il palazzo dove viveva la madre del giudice Paolo Borsellino. Era andato a trovare la vita: incontrò la morte. 

Prima di lui, il 23 maggio di quell'anno, era toccato al giudice Giovanni Falcone. Dopo loro due, il 15 settembre 1993, la sorte cadde su di un parrino soprannominato don-Treppì, padre Pino Puglisi. Come sfondo, l'identica città: "Palermo è sontuosa e oscena. Palermo è la storia della Sicilia, tutte le viltà e tutti gli eroismi, le disperazioni, i furori, le sconfitte, le ribellioni" (P. Fava). Quei tre uomini, nati per diventare un giorno dei giardinieri, furono decretati colpevoli d'aver indicato un percorso con le loro parole, d'aver saputo intravedere che, sotto-sotto, la terra era ancora molto buona. Con le loro gesta riuscirono ad additare una posizione, prendendo posizione: il coraggio, nel loro codice d'umanità, non fu mai un'attesa. Ebbe sempre i connotati della ricerca.

Dell'uomo Paolo Borsellino, del quale oggi ricorre la ricorrenza della strage, la moglie Agnese lasciò scritto: "Era come se il suo cuore battesse con lo stesso ritmo di tutti i sognatori di Palermo" (Ti racconterò tutte le storie che potrò). Un uomo-semplice, in una vita dai connotati semplici, forte di una grammatica dalla spiccata sensibilità umana. Servì la giustizia — non quella che fu tipica di don Abbondio, di Ponzio Pilato — in parecchi presìdi d'Italia, eppure al suo nome rimase cucito addosso il profumo e gli aromi di una città tentacolare come Palermo, la città che, pur non scegliendosela, accettò diventasse il suo punto d'osservazione sul mondo.

Anche l'indice della sua capacità d'amare, di lasciarsi amare: "Palermo non mi piaceva, per questo ho imparato ad amarla. Perché il vero amore consiste nell'amare ciò che non ci piace per poterlo cambiare". Alla conoscenza che precede l'amore — "Prima ti voglio conoscere, poi deciderò se amarti oppure meno" — il giudice Borsellino scelse d'indossare quella che rimase la visione-scandalo della prospettiva cristiana: l'amore che, per una volta, precede la conoscenza.