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BOSSETTI CONDANNATO/ La dignità di un popolo che non ha mai chiesto vendetta

Dopo 10 ore di camera di consiglio, i giudici del tribunale di Bergamo hanno condannato all'ergastolo Massimo Bossetti per l'omicidio di Yara Gambirasio. ROBERTO PERSICO

Massimo Bossetti (Foto dal web) Massimo Bossetti (Foto dal web)

Massimo Bossetti, in prima istanza, è stato giudicato colpevole dell'assassinio di Yara Gambirasio. Sul web sta già ripartendo la ridda delle opinioni, la disputa tra innocentisti e colpevolisti, i commenti sull'arroganza degli avvocati e sulla moglie che gira in Porsche.
A me di tutta la vicenda di Yara è rimasta negli occhi e nel cuore un'altra cosa. Mi sono rimaste negli occhi e nel cuore la dignità, la compostezza, il contegno che ho visto nel popolo della bergamasca in tutti i momenti chiave della vicenda: nei giorni drammatici dell'incertezza, al momento del ritrovamento del corpo, all'annuncio dell'arresto di Bossetti. Un popolo che, compatto nel dolore, segnato dal timore per i propri figli, rifiutava però ostinatamente di cedere alla logica della caccia all'untore: i genitori, gli amici, i compaesani, hanno sempre chiesto giustizia, non vendetta. Ora l'assassino ha — la vicenda giudiziaria sarà verosimilmente ancora lunga — un nome e un cognome. Ma il clima, per ora, non sembra cambiare. Il primo commento della madre è stato in linea con la misura che sempre l'ha contraddistinta: "Ora sappiamo chi è stato, anche se siamo consapevoli che Yara non ce la riporterà indietro nessuno". Se Bossetti è davvero il colpevole, è giusto che paghi. Ma non c'è motivo di esultare: non c'è giustizia che possa riparare il male fatto, che possa risanare una ferita irrimarginabile.
Rassegnazione? A me pare di vedere, nelle parole dei genitori di Yara, in questa come nelle altre occasioni, nel contegno composto del popolo bergamasco, qualcosa di più, di diverso. Qualcosa come una concezione della vita che non divide il mondo in buoni e cattivi, "noi" e "gli altri", i puri e i mostri. Una concezione della vita che sa che il male alberga nel cuore di tutti, che tutti lo possiamo fare.
Non farlo è una lotta quotidiana. Qualcuno ne esce vincitore, e va in giro a testa alta, giustamente fiero per il pane guadagnato col sudore della fronte, per i figli che crescono diritti. Qualcuno invece finisce sconfitto, diventa sbandato, ladro, assassino. Se ha sbagliato è giusto che paghi, l'umana convivenza ha bisogno che ladri e assassini finiscano in galera. Ma non è, in fondo, diverso da me. Anche lui ha bisogno della stessa misericordia di cui ho bisogno io. È questa consapevolezza — mi piace pensare — che sta al cuore della dignitosa compostezza dei genitori di Yara, del popolo bergamasco. È certamente questa consapevolezza la grande lezione che dalla vicenda di Yara io porto a casa.

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