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Cronaca

ATTENTATI/ A bambini, preti, disabili: questo odio risponde alla nostra domanda di senso?

Un prete sgozzato durante la Messa, 19 disabili massacrati nei loro letti, 9 adolescenti uccisi 'a caso' per vendetta. Questo odio risponde alla nostra domanda di senso? FEDERICO PICHETTO

Rifiuti, sputi e oltraggi nel punto in cui è morto l'attentatore a Nizza (Foto: Lapresse)Rifiuti, sputi e oltraggi nel punto in cui è morto l'attentatore a Nizza (Foto: Lapresse)

In questa lunga estate del terrore e della follia la rabbia sembra davvero difficile da contenere. Dopo "il martirio di Rouen", che ha riportato sul continente europeo il sangue di un sacerdote ucciso solo perché cristiano, il quadro che si va dipingendo è lugubre e triste. Il terrorismo islamico ha come innescato un circolo mortale in cui un uomo può uccidere a Tokyo 19 disabili gridandone la loro "inutilità" come negli States si uccidono agenti e persone di colore in una carneficina razziale che riporta il mondo quarant'anni indietro.

Improvvisamente sembra che l'eterna soluzione facile di ogni problema, ossia la sua stessa eliminazione, sia tornata la strada maestra per affrontare le circostanze della vita col vento dell'ideologia e di una meschina violenza. "Tu sei un male per me"; "Se tu muori la mia vita sarà migliore"; "Io ti odio".

In un crescendo di risentimento verso l'altro - vero ostacolo alla mia felicità - l'odio, al netto di tutte le matrici religiose, politiche e psichiche che pur esistono e devono essere guardate per quello che sono, invade anzitutto noi stessi e ci riguarda.

Così la percezione che chiunque attorno a noi potrebbe decidersi ad agire in questi modo diventa un incubo, una psicosi che fa chiudere metrò, stazioni, luoghi pubblici e che ci condanna a pensare che "io non mi posso fidare di te". Tutto questo parte prima del terrorismo: è il tarlo che si insinua tra uomo e donna, tra amici, tra colleghi di lavoro, tra genitori e figli.

La sfiducia, figlia di una sfiducia lontana covata nel giardino dell'Eden tanto tempo fa, racconta qualcosa di ancora più atroce e inconfessabile: la nostra inconsapevole percezione di non sentirci amati, di sentirci soli e abbandonati. La violenza sorge sempre dalla solitudine, dall'assenza di un affetto che si prenda cura del nostro dolore. Noi non ci sentiamo "amabili", non ci sentiamo giusti, aspettiamo - in fondo - che la vita ce la faccia pagare.

Perchè? Da dove nasce questa tua tristezza, fratello mio? Da dove prende le mosse questa condanna già scritta che temi possa eseguire chiunque, dal controllore del bus al tuo capo, da tua moglie al tuo amico di una vita? Chi ti ha detto che eri nudo? Chi ti ha detto che sei condannato a morire? Proprio in queste ore, in cui sarebbe facile cedere al populismo e alla "voglia di vendetta", è necessario ripartire da qui, dal bisogno che siamo e che ci portiamo dietro. Ovunque e comunque.

Poi su questo bisogno attecchisce la follia di una religiosità impazzita, il nichilismo di una società a fine corsa, il celato sadismo che trova piacere nel percepire fisicamente il dolore che ciascuno si porta con sé. Già, ma tutto questo arriva poi. Prima ci sono io, ci sei tu, c'è questa vita che senti non essere "promessa di felicità", ma "sentenza in attesa di esecuzione". Per tutto questo l'unica medicina è la Misericordia. Non il perdono a buon mercato o il giustificazionismo ad ogni costo, ma un Bene che viene prima di ogni altro male, prima di ogni percezione di me. Dove posso prendere quest'acqua? Dove posso trovare tutto questo? Fino alle lacrime abbiamo bisogno di sentirci dire che "Non è così: tu non morirai".

Amare - diceva Gabriel Marcel - è proprio dire all'altro "tu non morirai". Ma dove possiamo attingere questa certezza?