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GMG 2016/ La domanda dei giovani di fronte ad Auschwitz: “Dio dov’era?”

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GMG 2016. Questa mattina Francesco varcherà il cancello di Auschwitz, sosta obbligata per ogni pontefice che calpesta il suolo polacco e si confronta con la sua storia. Come lui, in questi giorni, migliaia di giovani affrontano l’impatto con il carico di dolore che fino spinato, baracche e rotaie restituiscono. La direzione del Museo, sorto sul luogo dell’orrore, ha deciso di riservare, questa settimana, l’ingresso al centro ai pellegrini della GMG. Ragazzi stanchi e appesantiti da notti in sacco a pelo e cibo spazzatura, sfilano tra i viali nudi, scortati dalle barriere elettrificate, dentro una storia che gli appartiene solo per letture e forse qualche immagine d’autore.

Arrivo in una giornata asfissiante, nel campo che ho visitato altre volte in solitudine. Questa volta no. Non c’è quel silenzio sacrale, indotto dalla memoria dell’orrore. Entro con i giovani di Foligno e con i sette “infiltrati” di ohmygod, i ragazzi ingaggiati da Tv2000 per raccontare Cracovia 2016. Sono seri. Anzi serissimi. È bastato uno sguardo al cancello e a quella scritta “Arbeit macht frei”, per capire che non è giornata per fare i “cazzari”. I giovani inviati non osano prendere il loro smartphone in mano. Sono sopraffatti certo, ancora troppo acerbi per quel distacco, a volte persino cinico, da inviati navigati. Ma non solo. Non vogliono filtri, e non vogliono condividere. Non è roba da postare sui social, quei mattoni rossi e la ferraglia, il forno crematorio e l’infermeria di Mengele. “Il lager è questo: una pagina di storia nuda e cruda”, scrive il sedicenne Michele sul suo blog. "Va accettata. Fine”. E poi continua: “Non ho voglia di descrivere l'atmosfera con parole poetiche, per rispetto alle persone che, molto poco poeticamente, lì dentro morirono. Non dirò che 'il luogo era immerso in un silenzio desolante', perché non è vero. (Grazie spagnoli). Non dirò che è stata un'esperienza che mi ha scosso profondamente. Né che mi ha cambiato la vita per sempre. Perché non è vero”. C’è dietro la ruvidezza della posizione, il bisogno di Verità. 

Come Michele anche gli altri sanno. Yasmina, catto-musulmana per via di madre e padre, snocciola mentre camminiamo la lunga lista di pellicole, da “Il ragazzo con il pigiama a righe”, passando per “Il pianista”, fino a “La vita è bella”, che l’hanno introdotta all’Olocausto. E capisco che questi ragazzi non hanno bisogno di affondare nella memoria, vogliono sbattere il muso sui fatti, spurgare la ferita nella carne dell’umanità.

Qui nulla può essere virtuale. Ismela, protestante di 17 anni di origine Haitiana, mi ha detto che le è piaciuto vedere Birkenau popolata di ragazzi, che non hanno sentito il bisogno di abdicare ai loro colori, alle voci, persino ai canti. “Mi ha fatto pensare alle marce a cui i prigionieri erano costretti molti anni fa”, ha postato. “I nostri passi erano di persone libere che vogliono un mondo migliore, persone che hanno la responsabilità di realizzare anche i sogni di quelli i cui passi condussero alla morte”. Equilibrio e maturità. E persino il confronto con gli esodi odierni, gli inferni di profughi e migranti. Lo sdegno nasce dal presente, da un mondo che non sembra aver appreso la lezione della Storia.


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