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IL CASO/ Diesel e smog, una storia di "buro-follia" su un tubo

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Questo range aveva, come limite minimo, la misura di 0,040 grammi per chilometro. E invece il veicolo da testare, prima del test, già emetteva appena 0,029 grammi. Quindi anche un pessimo retrofit avrebbe facilmente potuto abbatterne le emissioni a 0,024 grammi, bastava filtrare emissioni per 0,005 grammi, anziché il contributo minimo di 0,015 richiesto in condizioni di partenza normali per un Euro 3.

Inquadrata la situazione, il Ministero contesta al Centro Prove di Bari, all'epoca diretto da Francesco Lucafò, l'incongruità dell'omologazione. La risposta è surreale, il funzionario dice che la prova di "durabilità" - verifica dell'efficacia del sistema nel tempo - quel dispositivo non deve superarla, in quanto non trattiene le scorie accumulandole ma le smaterializza e che comunque quel piccolo differenziale di filtraggio è sufficiente. Ciò nonostante, Lucafò rimette la decisione al ministero.

Quando la Dukic, grazie all'accesso agli atti, apprende nel dettaglio quali sono le tesi del Ministero e perché hanno condotto al rigetto dell'omologazione non si dà per vinta e passa al contrattacco. Fa ricorso al Tar, che però per ben due volte, una nel 2009 con l'ordinanza 01784 e la seconda l'anno successivo con l'ordinanza 51100, attesta la correttezza dell'operato dell'Amministrazione rigettando le pretese della ricorrente. Fallita la via della giustizia amministrativa, ricorre alle interpellanze parlamentari (una anche tramite Antonio Di Pietro, ancora politico attivo) e denuncia la cosa all'Antitrust che, dopo approfondita istruttoria, archivia.

È a questo punto - siamo nel 2010 - che la Dukic denuncia il caso anche alla Procura della Repubblica di Roma; ma non contenta, la denuncia anche a Terni. Nella denuncia adombra la tesi del complotto: dice, in sostanza, che il Ministero ha negato l'omologazione al suo Tubo per proteggere da un possibile agguerrito concorrente il regime di monopolio di Iveco e Pirelli nel settore dei filtri: da notare, che Pirelli aveva sviluppato un business molto modesto, nel campo, dal quale è poi uscita. Iveco, invece, non ne ha mai venduto neppure uno…

Nel frattempo, il capo dipartimento del Ministero nomina una commissione d'inchiesta. Il Ministero spedisce due ispettori a Bari: i quali riesaminano tutto e concludono che il Centro Prove aveva sbagliato a dare quel suo parere sul tubo e che le istruzioni ministeriali erano corrette. Ma gli ispettori vanno oltre, segnalando al Ministero che in precedenza il tecnico Lucafò aveva assecondato le indicazioni ricevute dal suo direttore generale territoriale Carmelo Trotta, che aveva una pregressa amichevole conoscenza con la mitica Dukic, e che c'era stato un rapporto precedente a Venezia tra Trotta e la Dukic. Lucafò viene destinato ad altro incarico, resta a Bari il funzionario che aveva verbalizzato la prova, Mastropasqua.

Intanto la Procura di Roma, esaminate le carte, chiede l'archiviazione. La Procura di Terni no. E anzi, nell'agosto del 2011, da Terni un ufficiale di Polizia Giudiziaria arriva al Ministero e sequestra tutto ciò che inerisce alle omologazioni rilasciate da Iveco e Pirelli, pari a 71, nel totale solo un terzo dei dispositivi omologati, ma non quelle rilasciate ad altri costruttori, che assommano invece a ben 320. Insomma, l'impressione di chi assiste al sequestro e ne parla con l'ufficiale è che a Terni gli inquirenti propendano a credere alle buone ragioni della Dukic… Il perito del Tribunale, infatti, Fabio Gallimberti, funzionario della Motorizzazione, diffida delle tesi romane e propende per quelle baresi… Dettaglio curioso: anche Gallimberti - residente in Veneto - aveva lavorato in precedenza con Trotta, l'estimatore del Tubo della Dukic, ma la Procura di Terni lo sceglie comunque come tecnico indipendente per periziare…