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IL CASO/ Diesel e smog, una storia di "buro-follia" su un tubo

Pubblicazione:domenica 3 luglio 2016

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È una storia di ordinaria buro-follia, parla di filtri antiparticolato e rivoluzionarie ma dubbie invenzioni, che sta stressando tre funzionari pubblici innocenti fino a prova contraria, ma inquisiti per omissione d'atti d'uffici e che è stata rappresentata - da Report e dal Fatto, tandem affiatato del giornalismo di denuncia, spesso meritevole ma stavolta forse no - come il frutto avvelenato di un complotto di multinazionali anti-innovazioni, prime fra tutte l'Iveco e la Pirelli. Tra pochi giorni, il 15 luglio, ci sarà un'udienza al Tar di Roma, mentre in Procura, a Roma, dove inutilmente un pubblico ministero aveva chiesto l'archiviazione al Gip, un magistrato convinto - per una concomitanza di conoscenze e competenze personali - di essere molto esperto in materia ha ordinato un supplemento d'istruttoria. 

La storia - che si è meritata in tv il titolo incoraggiante "C'è chi dice no", tutto a favore della denunciante, Anna Dukic - sarebbe degna, più che altro, di tre colonne in cronaca se non fosse che s'innesta sullo scandalo mondiale del diesel-gate, da cui nascono tante domande sull'utilità dei filtri antiparticolato - cui aggiunge il pepe dell'intrigo. Ma andiamo con ordine.

Tutto nasce dalla determinazione di un'imprenditrice, appunto Anna Dukic, convinta di avere in mano un'invenzione straordinaria, firmata dall'inventore Michele Campostrini, e decisa a farne omologare la principale applicazione: appunto un filtro antiparticolato, da applicare "aftermarket", cioè in officina, sulle auto diesel da euro 3 in poi, ottenendo risultati pari o migliori a quelli dei filtri classici, con prezzi competitivi. In sostanza, un retrofit costituito da un tubo con all'interno un solenoide. Particolare importante: il filtro, brevettato nel 2005, si basa su un principio elettromagnetico (funziona infatti a corrente) diversissimo da quello dei classici "Fap". Secondo la tesi dell'inventore, un fenomeno elettromagnetico consentirebbe al tubo "Dukic Day Dream" - un sogno nel nome! - di abbattere le emissioni decomponendo le particelle nocive, anziché bloccandole… Affascinante.

Sta di fatto che nel 2008 il Cpa (Centro prove autoveicoli) della Motorizzazione Civile di Bari prova il Tubo e invia alla competente divisione del Ministero un verbale in cui dice: questo Tubo secondo noi funziona. L'allora direttore della Divisione del Ministero però dice di no: rileva che le prove effettuate a Bari non sono corrette, innanzitutto perché ne è stata effettuata solo una a fronte delle tre previste dalla normativa; poi che il veicolo utilizzato per la prova non era idoneo, per le caratteristiche tecniche del suo motore; e ancora altri rilievi sulla procedura seguita per il test: insomma, i criteri di omologazione utilizzati a Bari non sarebbero stati corretti.

Ma cos'era successo, a Bari? Interessante, per quanto complesso, ricostruirlo. L'autoveicolo presentato per il test era un "Vito Mercedes Euro 3". Da omologazione, è un mezzo che deve avere 0,05 grammi di emissione per chilometro. La prova, per avere buon esito, doveva abbattere quest'emissione al gradino superiore, di 0,025 grammi. La normativa in vigore prescrive anche un "range" di emissioni di partenza - cioè prima dell'applicazione del filtro da testare - oltre il quale non si può andare. 


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