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IL CASO/ Andrea Soldi, sperimentare l'abbraccio di Dio in un pomeriggio d'estate

Pubblicazione:sabato 13 agosto 2016 - Ultimo aggiornamento:sabato 13 agosto 2016, 7.57

Andrea Soldi (Foto dal web) Andrea Soldi (Foto dal web)

Il giorno dopo la sua morte, il 5 agosto 2015, festa della Madonna della neve, i giornali iniziarono a parlare di lui, Andrea Soldi, e lo ritrassero con un bel sorriso, mentre si trovava al mare a Diano Marina.
Mio nipote era un ragazzo schivo e piuttosto timido, chiaramente provato dal quel malessere che l'aveva colto misteriosamente durante il servizio militare. Ricordo ancora quando andai a trovarlo all'ospedale di Moncalieri e il suo primo sorriso quando uscì dalla crisi catatonica. Ricordo anche le visite che gli facevo con alcuni amici universitari che cercavano di trattenerlo con qualche partita di calcio (il pallone e la squadra del Torino erano la sua passione). Si affezionava subito agli amici e ne attirava la simpatia per il suo carattere buono e semplice.
Poi le cure psichiatriche, il lavoro nella ditta di suo papà, la volontà di impegnare il suo tempo libero come allenatore. I ragazzi gli volevano bene. Era un generoso e, se poteva, aiutava chi era nel bisogno. Una volta mi accompagnò a Roma nella casa della Fraternità di San Carlo Borromeo. Gli sarebbe piaciuto lavorare là, magari come portinaio. Cercava ambienti sereni, aperti.
Negli ultimi tempi, quando dovette lasciare il lavoro a causa della sua salute, andava per mezza giornata dalle Figlie di Gesù Buon Pastore (la Congregazione fondata dalla Venerabile Giulia di Barolo) e rispondeva al telefono. Era contento! Ogni tanto la pausa sigaretta nel bel giardino delle suore che lo trattavano come un figlio.
Pochi anni prima era venuto il grande dolore, la morte in giovane età della sua mamma. Ad Andrea rimaneva la sorella Cristina e suo padre, che non lo lasciava mai un giorno. Più la malattia avanzava e più commoventi erano le sollecitudini e i pensieri di suo papà. Che cosa non darebbe un padre per riavere la salute di suo figlio?
Aveva una voglia matta di abbandonare le cure psichiatriche perché si rendeva conto che non ottenevano il risultato sperato, ma neanche voleva ritirarsi in una casa di cura. Amava la sua libertà, le sue macchine, gli amici, la sua indipendenza. Quel 5 agosto dello scorso anno, alle tre del pomeriggio se ne stava come ogni giorno seduto su quella panchina ai giardinetti di corso Umbria a Torino, dove ormai tutti lo conoscevano, soprattutto i bambini che si divertivano quando lui faceva il verso del lupo per farli giocare. Chi avrebbe mai pensato a quella fine repentina, aggressiva, con motivazioni e metodi che speriamo vengano chiariti quanto prima?


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