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IL CASO/ Lo scivolone dell'Oms sulla lotta al fumo

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Ma come si fa ad affermare con certezza che le misure restrittive di varia natura applicate all'industria del tabacco, dalle coltivazioni alla trasformazione, saranno inutili e anzi controproducenti, perché nuoceranno ai coltivatori e non si tradurranno in una riduzione dei consumi e quindi in un beneficio per la salute pubblica? È qui che, evidentemente, le interpretazioni divergono. Ma è chiaro che soltanto un'opera di persuasione sociale diffusa sulla nocività del fumo può sortire l'effetto sostanziale di dissuadere dall'abitudine di fumare i singoli individui. Qualunque espediente che invece punti a costringere i fumatori a non fumare o a introdurre a loro carico inconvenienti di vario genere - rincaro dei prezzi, immagini choccanti sui pacchetti, eccetera- da una parte complica la vita al fumatore "leggero" che in minima misura può anche risolversi a smettere, se non altro per non sobbarcarsi più a tutte queste clausole vessatorie; ma dall'altra accentua il gusto del proibito che rientra senz'altro tra le ragioni del fumo e, nel frattempo, porta acqua al mulino del contrabbando e della contraffazione che introducono sul mercato prodotti a basso prezzo, più accessibili e quindi appetibili per un pubblico popolare e più vulnerabile anche sul piano dell'informazione.

Tutto questo non è irrilevante per l'Italia, che è il primo produttore europeo di tabacco e 14° nel mondo, un mondo dove le piantagioni specializzate danno lavoro a 2,5 milioni di persone. Nel nostro Paese, l'erario ricava oltre 7 miliardi di introiti dalla vendita delle sigarette, tra accise e Iva. Un importo di cui le casse statali non saprebbero come privarsi…

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