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LA STORIA/ Io, prete, ho riscoperto la fede grazie ai ragazzi carcerati

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Ci ho messo davvero poco tempo al Beccaria per capire che, sebbene prete, non ero il giusto in mezzo ai peccatori e che c'è un'umanità comune che non conosce differenze di età, storia e provenienza sociale. Siamo tutti segnati dalla mancanza e dalla paura della perdita. Dietro i volti spavaldi e bulli dei ragazzi del carcere ho imparato a leggere la mia stessa paura di scomparire, di non esistere e la vergogna insopportabile di non essere riconosciuto per quello che sono.

Così ho imparato a far mie le parole di Gregorio Magno: "Molte cose che nelle Sacre Scritture da solo non sono riuscito a capire, le ho capite mettendomi di fronte ai miei fratelli. Mi sono reso conto che l'intelligenza mi era concessa per merito loro".  "Tu sei un bene per me" non è solo il tema del Meeting di quest'anno. È la scoperta sempre inedita di come l'altro diverso da te, anche se ha il volto giovane di chi ha commesso reati, rappresenti unkairos, un'occasione irripetibile di cambiamento.

Ho riscoperto con meraviglia il mio essere prete come servizio e non come potere, perché la fede non si comunica solo con i valori non negoziabili o con la legge dei codici, non si impone come egemonia sulle coscienze. Educare i ragazzi del carcere è liberare le loro coscienze e trasmettere la certezza che c'è sempre un bene originario che precede il male. L'altro, il diverso da me, non è necessariamente l'inferno, una minaccia da cui difendersi. È mio fratello in umanità. Cammina con me. 

Non ho bisogno del cattivo, del mostro rinchiuso in cella, per sentirmi giusto e affermare la mia bontà. Nella nostra società così pervasa dall'ansia di un superficiale e affrettato giustizialismo, sembra quasi che il puro abbia necessità che esista l'impuro e che da qualche parte ci sia un nemico da abbattere a tutti i costi. Anche nella cultura cristiana non è del tutto scomparsa l'idea di un Dio sanzionatore. A contatto con gli adolescenti del carcere sto imparando che la legge può imporre la cura, ma raramente la legge è la cura. 

In questi anni mi sono convinto che non esistono ragazzi cattivi e che anche una vita sbagliata è storia di salvezza. Un reato, soprattutto in età giovanile, è un grido di aiuto, è invocazione di compimento, è dare voce al cuore inquieto. Tocca a noi figli adulti ricordarci di dover diventare padri, farci ultimi perché gli ultimi ci introducano nella beatitudine del Regno.



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