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CENTRAFRICA/ Trinchero: cristiani e musulmani erano in pace, il potere li ha messi contro

Pubblicazione:domenica 21 agosto 2016

Papa Francesco a Bangui, in Centrafrica, nel novembre 2015 (LaPresse) Papa Francesco a Bangui, in Centrafrica, nel novembre 2015 (LaPresse)

Dal 5 dicembre 2013 abbiamo accolto dentro e attorno al nostro convento migliaia di profughi. Nelle fasi più acute della guerra hanno superato i 10mila. Attualmente sono ancora 3mila. Per noi è stata — e in parte lo è ancora — un'avventura umana e cristiana che ci ha segnati e ci ha fatto crescere come comunità. Siamo stati costretti a vivere il Vangelo e abbiamo imparato a fare cose che prima non sapevamo fare. Ma non c'è stato tra noi un eroe (e tanto meno quell'eroe sarei io). Ognuno ha fatto la sua parte e abbiamo lavorato molto come squadra. E non siamo gli unici ad averlo fatto. Parrocchie, seminari, conventi in tutto il paese hanno accolto per mesi e anni dei profughi, cristiani e musulmani, a volte mettendo a rischio la propria vita.

Che cosa si sente di dire a noi, alla ricca e spesso egoista Europa, e in particolare al suo Paese?
Non ho ricette da offrire all'Occidente o all'Italia circa il problema dei profughi. La gente che è arrivata qui da noi penso abbia storie diverse rispetto a chi arriva sui barconi. I profughi venuti da noi non hanno avuto il tempo di bussare, perché sono arrivati correndo e hanno trovato le porte già aperte. E non ci siamo mai posti il problema se fosse giusto o sbagliato accoglierli. All'Occidente, all'Italia e a chi mi è fratello nella fede mi verrebbe soltanto da dire che ciò che accade è più importante di ciò che vorremmo che accadesse, ciò che non programmiamo è più importante di ciò che vorremmo prevedere. A noi è successo qualcosa che non avevamo previsto, non siamo scappati e ci siamo rimboccati le maniche. Sicuramente, al nostro posto, anche voi avreste fatto la stessa cosa. E, se sarà anche vero che l'occidente e l'Italia sono ricchi ed egoisti, posso ugualmente testimoniare una generosità e un sostegno dall'Italia e dall'Occidente (sopratutto da persone prima sconosciute) che ci ha sostenuto e sinceramente commosso.  

Com'è in Centrafrica la convivenza tra cristiani e musulmani? Lei in una recente intervista ha detto che in passato convivevano pacificamente; poi che cos'è accaduto?
Prima della guerra il Centrafrica era considerato un esempio di convivenza tra cristiani (50% della popolazione, di cui 25% cattolici e 25% protestanti) e musulmani (15%; il restante 35% viene considerato animista). Purtroppo con la guerra — durante la quale i ribelli a maggioranza musulmana (Seleka) hanno saccheggiato o distrutto le missioni e le case dei villaggi o dei quartieri cristiani, e poi i ribelli a maggioranza cristiana (Antibalaka) hanno distrutto alcune moschee — si è infranto questo equilibrio. Molti musulmani sono stati costretti alla fuga e solo ora alcuni di loro stanno timidamente rientrando. Prima la vita del paese si basava su un equilibrio che vedeva da una parte i cristiani occuparsi soprattutto dell'agricoltura, del piccolo commercio e dell'amministrazione e dall'altra i musulmani occuparsi dell'allevamento e del commercio all'ingrosso. Ora questo equilibrio si è un po' infranto. Forse c'era tra le due confessioni un sentimento di tensione e di frustrazione dei quali non eravamo coscienti. Con la guerra si è scatenata, da entrambi le parti, una violenza impensabile. Ora ci vorranno anni per ricostruire le relazioni ed arrivare ad una convivenza pacifica come prima.

Ma si è trattato di una guerra di matrice religiosa?


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