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PADRE "PEPE"/ Il prete "villero": distruggere la povertà non si può, abbracciare i poveri sì

JOSE' MARIA "PEPE" DI PAOLA, sacerdote di perfieria argentina, minacciato di morte dai narcotrafficanti, è venuto al Meeting per parlare della sua esperienza con i più poveri. L'intervista

Don Pepe Don Pepe

"Chi chiede la legalizzazione delle droghe cosiddette leggere, sono persone appartenenti alle classi medio-alte, benestanti, che si definiscono progressisti e che non si rendono minimamente conto che a soffrirne l'impatto più doloroso sarebbero invece le classi sociali più povere e disagiate". Non le manda a dire José Maria di Paola, detto "don Pepe", prete "villero" (di periferia, ndr) e coordinatore della commissione episcopale contro la tossicodipendenza in Argentina. Nonostante il sorriso dolcissimo, questo sacerdote, che sembra uscire fuori dal film capolavoro di Roland Joffé "Mission", con i capelli lunghi e la barba un po' trasandata, lascia trasparire dagli occhi azzurri tutta la forza di una posizione umana chiarissima: "Si dicono progressisti, ma con la legalizzazione delle droghe leggere di fatto aiutano una legge di stampo capitalista da cui trae profitto lo Stato, per regolare, dicono, 'il mercato'. Non fanno ridere?". Abbiamo incontrato don Pepe prima del suo intervento al Meeting dal titolo "Incontrarsi in periferia". Ecco cosa ci ha detto.

Don Pepe, cosa vuol dire per lei tornare al Meeting? Che significato ha per lei questo evento?
La prima volta che sono venuto qui ho imparato davvero tante cose. Non conoscevo il Meeting e ne sono rimasto davvero sorpreso. Tornando in Argentina ho così avuto la possibilità di far conoscere questa bellissima esperienza agli altri sacerdoti che lavorano con me nelle villas. Inoltre è stata la possibilità di far sapere che non c'è "solo" padre Pepe, come pensavano in molti per certi articoli di giornale, a lavorare in questi quartieri, ma un gruppo vero e proprio di preti. Il titolo del Meeting di quest'anno poi mi piace davvero molto.

"Tu sei un bene per me": come si concretizzano queste parole nella vita che fa insieme ai più poveri, agli emarginati, a chi si droga?
La cosa più importante, come ci dice sempre papa Francesco, è essere vicino all'altro. Abitando lì e vivendo lì, insieme a loro, abbiamo la possibilità di conoscerli, di condividere le loro vite e dunque di non idealizzare la povertà, ma neanche di distruggerla in modo violento come spesso si è tentato in Argentina cercando di radere al suolo le loro abitazioni.

Un dialogo continuo con l'altro, dunque?
Riconoscere piano piano il bene che c'è nell'altro permette una volta scoperto di iniziare a fare un percorso insieme.

Lei in passato è stato minacciato di morte dai narcotrafficanti. E' cambiato qualcosa da allora, come è oggi la situazione?
Le realtà delle villas sono tutte simili. Nel 2009 pubblicammo un appello pubblico denunciando la diffusione del paco, una droga sintetica ricavata dagli scarti delle foglie di coca, veleno per topi, kerosene e solventi industriali, più devastante di eroina e crack. I narcos mi presero di mira, ma come vedi sono ancora qui…

Nell'Urugyay confinante con l'Argentina è stata dichiarata legale la cosiddetta droga leggera, la cannabis. Anche in Italia si sta discutendo una legge simile. Si dice che così si potranno eliminare i trafficanti di droga e la criminalità organizzata.