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TERREMOTO CENTRO ITALIA/ Amatrice e il "tempio" che (forse) non sappiamo più ricostruire

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La chiesa di Amatrice in rovina (LaPresse)  La chiesa di Amatrice in rovina (LaPresse)

La cattedrale è un simbolo, come accade in ogni luogo: non solo il patrimonio artistico, che vedere in rovina fa male, ma è poca cosa davanti alle lacrime di ogni madre chinata sui propri figli, mariti, padri. Non c'è tesoro che uguagli il tesoro di una vita. Ma la cattedrale è il centro, il primo luogo cui approdi, quando entri in un paese nobile, antico, il segno. Le mura che si sbriciolano sono presagio di un cedimento non solo strutturale. Potrà la natura o i suoi figli malati d'odio distruggere o perfino insanguinare il tempio. Ma bisogna prima costruire il tempio, scriveva Eliot. Possiamo ricostruire con mattoni nuovi quelli che i nostri padri ci hanno tramandato. Bisogna volerlo. Del resto, questa chiesa che ci rattrappisce l'animo, che rappresenta oggi il crollo del futuro, la fine di tante storie, il dolore della sua gente, quella chiesa ricorda la cappella diroccata di san Damiano. Non c'erano vergini in trono sulla facciata, perché Maria di Nazareth non era abituata ai troni. Ma fu chiesto al più piccolo e malandato degli uomini, un giorno, di darsi da fare per aggiustarla. Si chiamava Francesco, la cattedrale di Amatrice porta il suo nome. Basterà un vescovo, un prete a celebrar messa sul piazzale, quando sarà sgombrato da mani operose. Basterà un tavolo come altare, perché la forza di quelle pietre sgretolate ci ridoni orgoglio, e speranza.



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