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TERREMOTO PESCARA DEL TRONTO/ Don Giovanni "d'Ascoli" e la differenza tra fede e sismologia

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Nell'animo porta ancora lo smacco di un'inchiesta nata ai bordi del sisma in terra aquilana: sarebbe stato semplice, oltreché prudente a detta di tanti, restarsene ai margini, incoraggiare dal bordo-campo dell'episcopio, bisbigliare una misericordia-della-storia. Ma per chi, in materia di sequela, è nato straccio, sarà sempre la polvere il suo salotto prediletto. Per sporcarsi di essa, per tentarne la cancellazione, per rinfocolare le braci rimaste accese sotto: un grido, una mano tesa, un soffio che ancor spira. Dall'alto la Croce è uno spettacolo: pievi cadute, ammassi di pietre, speranza fulminata. Dal basso la Croce è una segnaletica: una voce soffusa, una traccia d'affetti, una carne snervata. Dall'alto nasce il racconto, dal basso s'accende una ripartenza che, dall'alto, pare inaudita: "Tra le tende, dopo il terremoto, i bambini giocano a palla avvelenata, al mondo, ai quattro cantoni, a guardie e ladri, la vita rimbalza elastica, non vuole altro che vivere" (G. Rodari).
Ad Amatrice è crollato tutto. Solo una statua della Madonna ha retto l'urto, rimanendo in piedi: "Guardare al cielo, pregare, e poi avanti con coraggio e lavorare. Ave Maria e avanti" spronava don Orione, santo-terremotato. La sismologia non sa dire il quando di un sisma, ipotizza il dove. La fede non azzarda né il quando né il dove, rimane profezia del come. Di come-ripartire: "Sono andato e sono stato con la gente". Per tentare d'allacciare il suo popolo all'azzardo che fu dei vecchi-profeti: il terremoto come un'aratura, per preparare il terreno ad una nuova seminagione, che si vuole diventi la migliore possibile.
Detto rigorosamente con la polvere sulla camicia che, da quelle parti, è l'odore di un gregge silurato da un'imboscata notturna. Le medesime parole, dette dall'alto dell'elicottero, null'altro sarebbero che un'iradiddìo di bestemmie.

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