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FINE AGOSTO/ Il tempo si è fermato, ma il Meeting lo fa ricominciare

Il Meeting continua a essere una parola capace di stare dentro la complessità del mondo e di essere ragionevolmente consolante insieme. Il commento di CORRADO BAGNOLI

Foto dal web Foto dal web

Il cielo è azzurro come dentro un quadro, il pomeriggio è ormai inoltrato quando arrivo sul lungomare per raggiungere l'albergo. C'è molta gente nella spiaggia, tante auto nei buchi ricavati ovunque che hanno su l'insegna blu con la P di parcheggio, perché qui, nella Romagna dove il Meeting si tiene ogni estate, sono ottimisti sempre. Il risciò — si chiama così, no? — davanti alla mia macchina è lentissimo, sudano in quattro sotto il tettuccio, ma è solo uno che pedala, è solo il papà che spinge davvero, la mamma guarda i due bambini, loro si guardano in giro.
Io non ho tempo di guardare, raggiungo l'albergo, giusto il tempo di mettere le valigie in camera, di una doccia e poi subito al Meeting. Ma sono così tanti quelli che ne parlano, così sovraccarico il cuore di noi che siamo attraversati da queste parole e dalle persone che le portano a spasso nei corridoi o dalle scrivanie o dagli schermi. Addirittura la sera, quando torniamo verso l'albergo in questa striscia di terra uguale per chilometri e chilometri, siamo quasi zitti in macchina, quasi che le parole di questi giorni possano rischiare di essere abusate, sovraesposte. E ancora trovo il risciò davanti, il fiume di gente che cammina tra i negozi e le gelaterie, la mamma che sgrida il bambino che si è sporcato di gelato, una musica che viene fuori dagli alberghi con il ballo liscio incorporato.
E la mattina — perché per fortuna il Meeting apre alle undici e persino mio figlio accetta l'idea che la mattina si può stare al mare — troviamo un ombrellone in seconda fila, mangeremo in spiaggia, prenderemo un po' di sole, poi di nuovo tra i saloni e le mostre, tra gli amici e un'altra folla. Perché qui, sulla spiaggia, c'è ancora una folla di turisti, mattinieri almeno quanto noi: colazione dalle otto alle dieci — negli alberghi i ritmi sono sempre quelli che mi ricordavo dalla pensione dove andavo con i miei genitori cinquant'anni fa — pranzo dalle dodici e mezza e poi cena alle sette e mezza. E ci sono ancora le passeggiate con le gambe dentro la bassa marea, i bambini che fanno i castelli con la sabbia, qualcuno con le racchettone di legno, la mamma che dice al figlio che è presto, che ci vogliono tre ore prima di fare il bagno. Le stesse parole di allora, magari adesso con qualche tatuaggio in più. Gli stessi pedalò, gli stessi ambulanti in riva al mare, gli stessi tavoli in cemento per il ping pong, la barca che arriva per il giro turistico, i bambini che si perdono e l'altoparlante che li descrive nei loro costumi rossi o gialli. Tutto uguale, mi viene da pensare, il tempo qui si è fermato davvero.