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TERREMOTO/ Don Giovanni e don Camillo, le "solite cose" sono sempre le più folli

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Mons. Giovanni D'Ercole (LaPresse)  Mons. Giovanni D'Ercole (LaPresse)

Gli strumenti primordiali per non morire di avvilimento, proprio come ai tempi del saggio don Camillo: "La gente continuò ancora a guardarlo e, quando dal campanile vennero i rintocchi dell'Elevazione, le donne si inginocchiarono sulla terra bagnata, gli uomini abbassarono il capo. La campana suonò ancora per la Benedizione. Adesso che in chiesa tutto era finito, la gente si muoveva e chiacchierava a bassa voce: ma era una scusa per sentire ancora le campane". Scuse fanciullesche di chi s'aggrappa ad un suono amico per consolare il lutto.
Un vescovo con le mani sporche sa bene che, crollato il mondo, a restare in piedi saran solo le solite-cose. E' poca-roba, han ragione i detrattori: manca la luce delle candele, l'acqua nel water, le mutande per i nascituri e i morenti. Il vescovo Giovanni tutte queste cose non le tace. Come non tace il fatto che, gettate via le solite-cose, si sprecherebbe anche l'ultima pietra che, raccolta da terra, ancora accetta l'azzardo di mutarsi in pietra d'angolo per una nuova restaurazione. Le solite-cose son sempre le più folli. Anche le meno vane.



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