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IL MILAN VENDUTO AI CINESI/ Un simbolo di questa Italia in svendita e rassegnata

GIANLUIGI DAROLD si chiede: ma siamo proprio sicuri che i cinesi siano impazziti per il calcio, oppure usano il nostro calcio per infilarsi in altri affari ancora più consistenti?

Silvio Berlusconi (Lapresse) Silvio Berlusconi (Lapresse)

La potenza dei detti e della cultura popolare a volte sembra inarrestabile. Nell'ultimo anno della guerra mondiale, le vecchie popolane milanesi sibilavano, in dialetto, una frase che si traduce in questo modo: “Oh Gesù d'amore accesso, siamo conciati peggio dei cinesi”. Il fascino del Celeste Impero, forse nemmeno il grande viaggio di Marco Polo, incrinava quella convinzione negativa.

La terribile ironia della storia è che settanta anni dopo, nel giro di pochi mesi, sia l'Inter, e dal 5 agosto anche il Milan, le due società di calcio simbolo di Milano, hanno dei proprietari cinesi. I nerazzurri sono stati acquistati da Suning (elettrodomestici), i rossoneri hanno per il momento, a quanto si sa, come patron la Sino-Europe Investment Management Changxing, che ha al suo interno Haixia Capital, fondo di Stato cinese, nonché il manager Yonghon Li e chissà quale altro “cruciverba” umano.

Adesso è probabile che ci sarà una sequenza di dotti interventi sulla globalizzazione, sull'importanza dello spostamento dei capitali, sulla necessità di aprire l'Italia agli investimenti esteri. E la frase cult sarà quella scontata, di una banalità ormai sconcertante: “E' il mercato, bellezza”.

Invece, a nostro parere, se è ancora concesso parlare in questo parapiglia o festival di capitali che si spostano di qua e di là senza che nessuno faccia una piega, questo fatto ci sembra una triste metafora del continuo e inesorabile declino italiano. E provoca anche molta nostalgia. Ma siamo proprio sicuri che i cinesi siano impazziti per il calcio, oppure usano il nostro calcio per infilarsi in altri affari ancora più consistenti ?

Il Milan ha una storia particolare, che forse è bene tracciare schematicamente. Dopo un buon inizio nel primo Novecento, il Milan divenne la squadra popolare di Milano, quella di Porta Vercellina, senza particolari ambizioni. La “nobiltà” del calcio nazionale appartenne per molto tempo alla Juventus, all'Inter, al Torino e persino al Bologna per alcuni periodi. Poi, con gli anni Cinquanta del Novecento, il Milan divenne improvvisamente importante. Arrivò un grande presidente come Rizzoli e un grande giocatore uruguagio come Juan Alberto Schiaffino, detto “Pepe” oppure più semplicemente “el futebòl”, che sarà immortalato anche in una canzone di Paolo Conte.

Poco dopo arrivò un ragazzino di 16 anni da Alessandria, con un senso geometrico mai più visto, Gianni Rivera, e contemporaneamente un allenatore tra i più grandi del mondo che solo in Italia veniva sottovalutato, il triestino Nereo Rock, a cui i fascisti avevano cambiato il cognome facendolo diventare quasi un avellinese: Rocco.

Fu questa sequenza, intervallata da altri periodi, che fece diventare il Milan grande, quasi simbolo di un riscatto italiano legato al boom del dopoguerra. E che portò il Milan a essere la prima squadra italiana a vincere la Coppa dei Campioni nello stadio di Wembley.


COMMENTI
06/08/2016 - Adessso Berllusconi prepari le chiappe. (orazio bacci)

All'uccello Baduro che il Milan non l'ha più.

 
06/08/2016 - milan (delfini paolo)

Interessantissimo articolo, ringrazio l'autore.I fanatici della globalizzazione dominata dalla finanza andranno in estasi, ha trionfato "la legittima logica del libero mercato".....