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PAPA AD ASSISI/ Dio non ha bisogno delle armi di nessuno

Ieri papa Francesco ha pregato nella basilica di san Francesco ad Assisi assieme ai capi religiosi di tutto il mondo. L'invito a non perdere la propria anima. EUGENIO MAZZARELLA

Papa Francesco ieri ad Assisi (LaPresse) Papa Francesco ieri ad Assisi (LaPresse)

E' impressionante come in un'immagine il Papa colga ad Assisi, nella giornata mondiale di preghiera per la pace, lo spirito dei tempi: insieme il problema del nostro tempo, la guerra (quella mondiale a pezzi e bocconi che ha richiamato all'attenzione di tutti), l'animo che ci vorrebbe (la sete di pace) per affrontarla, prima ancora di quella o quest'azione concreta, pure tutte elencate, e la sua pressoché generale rimozione. 

"Troppe volte" le vittime della guerra, che scappano dalle loro terre, ha detto il Papa, "incontrano il silenzio assordante dell'indifferenza, l'egoismo di chi è infastidito, la freddezza di chi spegne il loro grido di aiuto con la facilità con cui cambia un canale in televisione"; "l'aceto amaro del rifiuto".

In questo drammatico invito a non fare zapping sulla realtà, quando non ci riguarda da vicino o anche solo non piace alla nostra "sensibilità", c'è l'invito a non credere di cavarsela, con la realtà della guerra, dell'assenza di pace nel nostro mondo, con un sms che versa un euro e poi si cambia canale; tanto quello che si poteva fare lo abbiamo così fatto. 

C'è qualcosa di più duro e impellente nell'analisi del Papa. La drammatica consapevolezza che lo "stato di guerra" è lo stato tendenzialmente "normale" — durerà decenni — della globalizzazione, del ridefinirsi di rapporti di forza, di potere, di interessi sul pianeta; e tutti siamo chiamati a decidere se dobbiamo rassegnarci a questa "normalità" che nasce "dai deserti dell'orgoglio e degli interessi di parte, dalle terre aride del guadagno a ogni costo e del commercio delle armi", sperando che non tocchi a noi o voltando lo sguardo dall'altra parte; oppure dare mani piedi ed idee alla "sete di pace" che c'è nel cuore dell'uomo. 

E qui il ruolo del dialogo tra religioni e culture si fa stringente nella sua necessità per arginare una geopolitica sempre meno nelle mani dei "popoli", se mai lo è stata, e sempre più decisa da intrecci fra oligarchie di interessi transnazionali e globali e le poche potenze geopolitiche globali. Religioni e culture sono invitate a non asservirsi a questa logica "diabolica" della divisione ("non esiste un dio di guerra", è una bestemmia di Dio), pensando di lucrare un dividendo "religioso", di espansione della propria influenza sulle masse. 

Un pericolo che è la tentazione demonica di religioni che abbiano perso la propria anima. E che il Papa di Roma conosce bene, nella stessa storia della sua Chiesa, l'unica che sul punto "ha chiesto scusa". E che proprio per questo ha le carte in regola, nel confronto interreligioso, di alzare la voce della profezia della pace; che compito delle religioni è di servire il Dio Unico e Uno, di cui parlano. Perché se Dio è Unico e Uno, è il Dio di tutti, e non ha bisogno delle armi di nessuno per essere Uno.