BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

Cronaca

SPILLO/ Pa & clientele, per curare il Malato torniamo alla raccomandazione

Di recente Raffaele Cantone ha fatto notare che lella Pa ci sono persone perbene ma raramente occupano posizioni apicali. Nessuno ha approfondito il problema. PATRIZIA CIAVA

Raffaele Cantone, presidente dell'Autorità nazionale anticorruzione (LaPresse)Raffaele Cantone, presidente dell'Autorità nazionale anticorruzione (LaPresse)

"Le persone perbene non fanno carriera nella pubblica amministrazione". A pronunciare questa frase non è stato Fantozzi o un travet frustrato, ma il presidente dell'Autorità nazionale anticorruzione, Raffaele Cantone.

La sua dichiarazione è stata più volte condivisa sui social network, accompagnata dai soliti commenti amari e rassegnati degli utenti. Avrebbe meritato perlomeno una seria riflessione da parte della politica, perché mette in luce due aspetti significativi e per nulla scontati: ci sono persone perbene nella pubblica amministrazione ma raramente occupano posizioni apicali.

Una visione che rompe gli schemi proposti negli ultimi anni dai governi sia di destra sia di sinistra, coadiuvati da un'informazione che tende ad attribuire tutti i mali della pubblica amministrazione agli impiegati statali sempre descritti come "furbetti", "fannulloni" assenteisti, pigri e svogliati, alimentando lo sdegno e l'avversione della pubblica opinione e dei lavoratori del settore privato, in un'abile strategia del "divide et impera", per distogliere l'attenzione dal vero cancro della amministrazione statale: la dirigenza. 

Una dirigenza strapagata e quasi sempre inadeguata ad assumere le responsabilità che i compiti istituzionali e organizzativi richiedono, ma che raramente è sottoposta ad una reale valutazione come, peraltro, normativamente previsto. Ci sono migliaia di dirigenti statali corrotti, incapaci, inefficienti, responsabili di disservizi, mala gestione e danni erariali che non solo non vengono sanzionati, ma ricevono persino il premio di risultato a fine anno, erogato indistintamente a tutti, dovendo dichiarare di aver raggiunto gli obiettivi da essi stessi prefissati. 

Dirigenti che ancora oggi continuano ad essere "nominati" in totale spregio delle norme e dei pronunciamenti di organi di giustizia, i quali tentano invano di ripristinare un minimo di  legalità. Negli ultimi anni la disciplina che regola il reclutamento dei dirigenti pubblici è stata oggetto di profonde riforme atte a garantirne l'imparzialità e la trasparenza, ciò nonostante le nomine continuano ad essere attribuite arbitrariamente, in una logica di lottizzazione sindacale e partitica e con un'arroganza dovuta alla sicurezza dell'impunità. 

Benché la Corte costituzionale, con sentenza 37/2015, abbia dichiarato l'illegittimità costituzionale del sistema di assegnazione di incarichi dirigenziali ai funzionari, secondo l'applicazione distorta dell'articolo 19, comma 6, che ne danno praticamente tutte le amministrazioni, e benché  la Corte dei Conti abbia chiarito che "l'amministrazione deve rendere conoscibili, anche mediante pubblicazione di apposito avviso sul sito istituzionale, il numero e la tipologia dei posti di funzione che si rendono disponibili nella dotazione organica ed i criteri di scelta", questa vergognosa prassi continua, con incarichi affidati senza che siano specificati i requisiti richiesti, i criteri di valutazione e una graduatoria dei candidati. 

Ultimamente anche una senatrice pentastellata ha presentato un'interrogazione parlamentare, rilevando l'irregolarità di una di queste procedure: "Vi sono numerose segnalazioni di punteggi non correttamente calcolati o attribuiti e addirittura di incarichi formalizzati senza che i vincitori siano stati resi pubblici. Tutti elementi che fanno quasi pensare a un modus operandi finalizzato a individuare criteri di valutazione volti a favorire alcuni candidati rispetto ad altri". Ma la notizia ha suscitato solo un moderato sdegno in una cittadinanza ormai avvezza e rassegnata.