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BAMBINO AUTISTICO SENZA AMICI/ A che giova essere pieni di risposte ma vuoti di domande?

Pubblicazione:giovedì 29 settembre 2016

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Un desiderio espresso quasi per caso, un dettaglio di una giornata qualunque. Eppure per Bob Cornelius il questionario scolastico dove il proprio figlio autistico Christopher — a domanda diretta — rispondeva di non avere amici non è stato un fatto secondario. La storia, in arrivo dagli Stati Uniti, è diventata subito virale: il padre che pubblica su Facebook il questionario del figlio e, in un lungo post, si duole di dover ricorrere alla compassione per suscitare simpatia e amicizia verso Christopher e chiede a tutti uno sforzo educativo per insegnare ai ragazzi a non escludere ragazzi "diversi" o con problemi.

In linea di principio è tutto molto corretto, ma qualcosa in questa vicenda non quadra. E il problema non sta tanto nell'enfatizzazione dei social (fenomeno con cui è importante imparare a coabitare) o nell'eterno riproporsi dell'educazione come panacea a tutti i problemi dell'umanità, bensì nella parola sulla quale il padre di Christopher ha giocato tutto il suo post: desiderio. Il modo con cui Bob ha risposto all'emergere del desiderio del figlio è paradigmatico dell'atteggiamento di un'intera epoca, di tutta la nostra società. Dinnanzi al manifestarsi dei desideri, infatti, la nostra mossa non è tanto uno "stare", un "rimanere" silenzioso davanti a quel desiderio per capirlo e per scoprirne l'ultima e intima origine, ma piuttosto un fare qualcosa per esaudirlo o contrastarlo. È come se l'alternativa che ogni nostro desiderio pone fosse quella tra il cedere — l'assecondarlo — o il trattenersi — il respingerlo.

Bob si è messo in moto per esaudire il desiderio del figlio e non ha permesso a se stesso di abitare fino in fondo il dolore, le lacrime, la rabbia che quel desiderio manifestato aveva generato. Mi rendo conto quanto una posizione simile, in una società efficiente e produttiva come la nostra, sia scandalosa o, più blandamente, ritenuta ingenua. Eppure la realtà che ci portiamo dentro non va esaudita o respinta, ma va ascoltata. Le azioni spesso non fanno altro che soffocare il grido che attraverso la realtà si esprime. Il desiderio manifesta un bisogno più radicale che necessita di tempo per emergere; ma è quel tempo vissuto e abitato che, in ultima istanza, ci cambia. Questo vale per un figlio, per un matrimonio, per un ambiente di lavoro, per un impulso sessuale o per qualunque emozione che ci spinga all'azione. Provare a fermarsi e ad ascoltare, provare a permettere che il desiderio ci parli, ci cambi, si trasformi è veramente un nuovo inizio. Quell'inizio che cambia il modello della nostra genitorialità contemporanea, che non può né essere una genitorialità che perennemente esaudisce, né una genitorialità ossessivamente ostativa.


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