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IL CASO/ Il "segreto" della salute tra Google e utopia

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E una salute che spalanchi la porta del quotidiano a tutti è una salute contagiosa, in un mondo in cui tutti invece si chiudono nel mito dell'autodecisione solitaria ("decido io se la cannabis fa bene", "decido io con Google come curarmi", "se il medico non mi prescrive la medicina che voglio, non vale niente") o delle utopie ("se non sono come vorrei, magari una superstar, non sono sano"). Ma c'è un grande ostacolo alla contagiosità della salute: l'aziendalizzazione della medicina. Ho davanti a me un documento di studi sulle aziende sanitarie, nelle cui 40 pagine si tratta delle cure come di un'operazione simile a qualunque altra azienda, in cui non si nomina mai la parla "malato" ma si parla solo di "cliente"; in cui si definisce l'ospedale come qualcosa che genera "la massima salute col minimo costo" (ma il termine "minimo costo" dà sempre uno strano sapore quando si parla di salute di qualcuno).  

Aziendalizzazione: il codice medico ai tempi di Ippocrate era un semplice giuramento di 20 righe (il resto era dato dal buon senso), oggi è un libro di 100 pagine, perché si tenta con le norme di sopperire alla virtù, ma — come dice lo psicologo americano Barry Schwartz —quando si sostituisce la motivazione dell'animo umano con gli incentivi o con i protocolli, si compie un'opera antimorale, nel senso che fa passare la persona in secondo piano e nel senso che demoralizza. Le parole di Antoine de Saint-Exupery cascano a pennello: "Se vuoi costruire una nave non devi per prima cosa affaticarti a chiamare la gente a raccogliere la legna e a preparare gli attrezzi; non distribuire i compiti, non organizzare il lavoro. Ma invece prima risveglia negli uomini la nostalgia del mare lontano e sconfinato. Appena si sarà risvegliata in loro questa sete si metteranno subito al lavoro per costruire la nave". Perché il personale sanitario si demoralizza se non ha davanti alti esempi, l'ideale con cui ha iniziato con sacrifici e fatica a studiare e tutto resta un computo di orari, timbrature, protocolli, DRG, mansionari. 

Insomma, è contagiosa la salute se ha due dimensioni: la dimensione di chi cura e che guarda non solo a far sparire la malattia ma a far star bene (a suo agio) integralmente il paziente; e la dimensione di chi viene curato e capisce che la salute non è supermarket di medicine, un rito in cui si pretende o si immagina talora l'impossibile, in cui si chiede talora di uscire dalla realtà o si pretende di curare la solitudine con i farmaci, ma un percorso accompagnato verso il benessere quotidiano.

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