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TERREMOTO/ A chi tocca trasformare il dolore in letizia?

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Non è la prima volta negli ultimi tempi. Dagli attentati alle Torri gemelle, a quelli di Londra, Madrid, Parigi, Bruxelles. Dalle guerre atroci come le guerre mondiali a quella che Papa Francesco chiama "terza guerra mondiale a pezzi", come in Iraq, Siria,Terra Santa, Eritrea e altri Stati.

Don Julián Carrón ha evidenziato questo "cambiamento d'epoca", commentando le parole di Benedetto XVI, dicendo che "in un certo senso, è Dio che deve giustificarsi davanti all'uomo e non viceversa; è Dio, paradossalmente, che… deve mostrare di essere all'altezza dell'uomo, della sua richiesta, del suo grido". 

Perciò si può gridare a Dio. Oppure si può rimanere in silenzio, come Papa Francesco ad Auschwitz. È quanto è avvenuto in questi giorni. Dio non si sottrae all'onere della prova. Ci è stato documentato ampiamente, dai tempi di Giobbe fino ad oggi, passando dal Golgota e dal sepolcro. 

Se l'invito a non trasformare questo momento in contrapposizione politica, come ha richiamato il Vescovo di Rieti, è ampiamente condivisibile, altrettanto conveniente è che non diventi una querelle teologica.

A noi rimane il compito di trasformare il dolore in letizia, la solitudine in amicizia, la morte in resurrezione. Come scriveva Giovanni Paolo II nella Lettera Apostolica "Salvifici doloris", la sofferenza e il dolore generano amore. 

In questo ci schieriamo dalla parte di Dio, ma anche dell'uomo, non per giustificare la morte e la sofferenza, ma per riscoprirne il senso più profondo. Nel mistero della Morte e Resurrezione del suo Figlio.

L'umanità di questa gente, accompagnata da una fede semplice e sincera anche in questo momento di dolore, è il segno già evidente di questo cambiamento.

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