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L'IMPREVISTO/ Daniele: la trappola della droga? farci scordare le domande del cuore

Le storie dei ragazzi che hanno sperimentato l'uscita dalla droga grazie alla comunità di recupero "L'Imprevisto" di Silvio Cattarina. Ecco la storia di DANIELE

Van Gogh, Campo di grano con volo di corvi (1890) Van Gogh, Campo di grano con volo di corvi (1890)

Nel dicembre scorso un gruppo di ragazzi e ragazze della comunità terapeutica educativa "L'Imprevisto" di Pesaro hanno terminato il loro cammino in comunità. Leggi qui l'intervento di Silvio Cattarina, fondatore de L'Imprevisto e responsabile del programma. La testimonianza di Daniele.

 

Arriverà la fine, ma non sarà la fine, ed eccomi qui alla fine di un percorso che in realtà è solo l'inizio, l'inizio di una vita che ho cominciato ad intraprendere il 14 ottobre 2013 il giorno in cui sono entrato in comunità.  

Sono Daniele e ho 20 anni, sono di Guardiagrele, un ridente e bellissimo paese in provincia di Chieti.

La mia storia inizia quando avevo undici anni. Iniziai col bere fino a passare alle sostanze più leggere e poi a quelle pesanti. Prima mi sono sempre sentito diverso, non accettato, sia dagli altri che dalla vita stessa. Vivevo male qualsiasi cosa, sono sempre stato un ragazzino molto emotivo e per questo vivevo ogni situazione all'estremo della sua verità. Con il fatto che molti dei miei coetanei mi hanno sempre evitato mi son ritrovato con le uniche persone che mi avevano accettato: ragazzi che come me avevano le stesse problematiche, gli stessi drammi in famiglia, vite simili. 

Mi sono ritrovato con gli emarginati diventando uno di loro. Vengo da una famiglia per bene, con dei sani principi e con un'educazione cristiana. Ma io ero fragile ed ero pieno di domande alla quali credevo che nessuno potesse rispondere. Ero pieno di un dolore che nessuno era stato in grado di colmare. Così un giorno incontrai lei: la droga, che mi fece scordare le domande del mio cuore e colmò quel dolore. Inizialmente la cercavo solo nei momenti di difficoltà. Poi non ne potei far più a meno perché i problemi che credevo coprisse non scomparivano, erano sempre lì e non essendo in grado di affrontarli, dovevo non pensarci. Allora cominciai a fumare dalla mattina alla sera, in modo tale da star sempre in "quel" mondo. 

Le droghe erano diventate la mia nuova famiglia, lei mi faceva da migliore amica, rimpiazzava chi non mi ha voluto, era la mia ragazza, il mio migliore amico. La droga spense la mia voglia di vita, spense i miei obbiettivi, i miei desideri. Ruppe il legame già fragile che avevo con la mia famiglia. Mia madre era diventata una mia complice, mi copriva, mi dava anche i soldi per andarmi a comprare le sostanze quando non li avevo io; penso che il motivo di questo fosse perché non poteva vedere suo figlio stare male.  

La portai alla disperazione senza accorgermene, non me ne rendevo conto. Un giorno, non so come, forse la provvidenza, mi fece guardare bene le lacrime di una madre disperata, un briciolo di realtà entrò nella mia vita e mi resi conto che stavo facendo morire mia madre di dolore.