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EUTANASIA?/ Dj Fabo, aveva ragione Valeria: "Vorrei che questa notte non finisse mai…"

Pubblicazione:domenica 5 marzo 2017

Dj Fabo (Foto dal web) Dj Fabo (Foto dal web)

Sinceramente, non mi fa paura dj Fabo in sé, ma dj Fabo in me. Lui voleva morire non perché immobilizzato, ma perché, da immobilizzato, non trovava più alcun senso al suo vivere. Lo ha scritto lui stesso: "Le mie giornate sono intrise di sofferenza e disperazione non trovando più il senso della mia vita ora". Questa percezione, appunto, non si spiega a livello fisico ma a livello psicologico: la stessa mancanza di senso può attanagliare una donna in chemioterapia, un ragazzo che ha perso il lavoro, un marito tradito, la figlia di un malato di Alzheimer, e si potrebbe scendere fino alle depressioni e ad altri sconforti. Di sicuro non sarà un discorso sulla sacralità della vita (né una legge sul fine vita) a risollevare una persona che ne avverte l'insensatezza. La voglia di vivere del mio alunno Checco, che a diciott'anni è finito sulla sedia a rotelle, mi dà uno schiaffo molto più forte. Perché a me, per molto meno di una paralisi, viene voglia di mollare tutto. Ed è più comprensibile il desiderio di dj Fabo, "bloccato a letto immerso in una notte senza fine", di tutte le chiacchiere pro e contro l'eutanasia. Mettiamoci nei suoi panni, innanzitutto, come ha chiesto il dj: "Prova tu a stare in un letto, cieco, immobile, legato mani e piedi, per sempre. Non resisteresti una settimana".

Quando nei Promessi sposi il cardinale Federigo Borromeo parla con don Abbondio, quell'uomo straordinario si mette nei panni dell'uomo qualunque, che non ce l'ha fatta, che ha avuto paura a celebrare un matrimonio perché è stato minacciato: tu cosa avresti fatto? Sentite il cardinale: "Dio sa quel che faremmo noi nel caso stesso, quel che abbiam fatto in casi somiglianti! Ma guai s'io dovessi prender la mia debolezza per misura del dovere altrui, per norma del mio insegnamento!". Io non so cosa farei in determinate situazioni, ma la mia debolezza non può diventare ciò che è giusto fare. Certo, "il coraggio, uno non se lo può dare": e chiediamolo, allora. 

Ecco cosa mi fa paura: se io un giorno chiedessi il suicidio assistito, intorno a me chi troverei? Persone che assecondano il mio cedimento? specchi dei miei pensieri? nessuno più coraggioso di me? nessun Federigo? Tutti che prendono la mia debolezza e la elevano a misura, a legge? che chiamano coraggio la mia debolezza? Questo mi spaventa: una vita su misura della mia debolezza, in cui, ogni volta che dico "non ce la faccio", tutti mi rispondono "se è questo che senti, allora lascia stare". Possibile che nessuno sappia aiutarmi ad attraversare la notte? Ma allora a chi vogliono bene, adesso che tutto fila più o meno liscio? A me che sono un dj? A me che sono un insegnante? Qualcuno vuole bene proprio a me, a questo rottame che non è più un dj, che non sarà più un insegnante, che è quel che è, senza il sorriso e la forza e l'entusiasmo di un tempo, o senza averli mai avuti? Che terrore se avessi intorno gente che di me ama solo quello che oggi c'è e domani può non esserci! Questo sì, sarebbe un lungo suicidio assistito, e non ci sarebbe bisogno di andare in Svizzera. 


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COMMENTI
05/03/2017 - Buon lavoro Prof (ALBERTO DELLISANTI)

Il giorno in cui il dj Fabo che potrebbe esservi in tutti noi facesse in me capolino, incontrerò le persone come Valerio Capasa che sapranno parlarmi come in questo articolo: con il fascio di luce che illumina in ogni più nascosto recesso. Che il Signore la benedica. Lei - insegnante preziosissimo - si trova al culmine di un animo che abita in tanti di noi (anche se non al culmine) ma in tanti davvero, così da poterne incontrare nel momento di un dolore che si facesse struggente.

 
05/03/2017 - Grazie professor Capasa (Giuseppe Crippa)

Tra tutti i commenti al gesto del povero Fabo che ho avuto modo di leggere, queste sono le parole che più mi sono servite. Grazie professore!