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LA STORIA/ Don Cristofaro, sacerdote disabile: vi racconto la mia "resurrezione"

Se la sofferenza e la malattia non sono un ostacolo a vivere una vita dignitosa. FRANCESCO CRISTOFARO racconta la sua esperienza di sacerdote disabile

Don Francesco Cristofaro, foto dalla sua pagina Facebook Don Francesco Cristofaro, foto dalla sua pagina Facebook

Di fronte a casi che i media ci sottopongono ogni giorno, quasi andandoli a scovare col lanternino per dirci che la vita non è degna di essere vissuta quando la si vive nella sofferenza, ci sono casi invece, quasi nascosti, che ci dicono l'opposto. La storia di don Francesco Cristofaro, parroco in un piccolo centro calabrese, è una di queste. Colpito da una paresi spastica alle gambe sin da piccolino, don Francesco vive una adolescenza fatta di dolore ed esclusione: "Avevo un vangelo tutto particolare, quello del pietismo, del piangermi addosso, del non servo a nessuno. La notte sognavo di poter andare anche io in gita con i miei amici, di giocare al pallone con loro, poi mi risvegliavo e non era cambiato niente. Ero arrabbiato con Dio, mi chiedevo perché permetteva tutto questo a un bambino".

Poi qualcosa cambia, un incontro, la prima comunione e l'accoglienza di chi gli fa capire che una persona non è la malattia che ha, che vale di più della malattia stessa: "La sofferenza non è mai piaciuta a nessuno, tutti vogliamo una vita perfetta. Invece di firmare leggi di morte, lo stato firmi leggi di vita che aiutino chi ha una sofferenza così grande a non essere da solo, ma sostenuto".

Don Francesco, la cronaca ci mette davanti quasi quotidianamente casi di persone malate che chiedono che lo stato le aiuti a mettere fine alle loro esistenze. Questa non è più vita, dicono. Ma c'è davvero vita e vita?

Intanto bisogna rispettare ogni sofferenza e ogni persona perché ognuno la vive in modo diverso. Chi ha il dono della fede può offrire la sofferenza come redenzione e salvezza degli altri. Ma il problema qual è? Oggi, anzi da sempre, la sofferenza non è mai piaciuta a nessuno. Vogliamo la vita perfetta, la società di oggi ha costruito modelli in cui la persona perfetta è quella vincente. Per questo io ho sofferto e non mi sono accettato per tanti anni.

Cosa provava?

La gente mi faceva sentire un poveraccio, un disgraziato, uno che non serve a nessuno. Allora invece di chiedere allo stato l'aiuto a morire chiediamo allo stato l'aiuto a vivere, un aiuto che ci consenta di vivere in maniera dignitosa la sofferenza. Ci sono casi di persone abbandonate senza aiuto e sostegno, invece di firmare leggi di morte firmiamo leggi di vita che aiutino chi ha una sofferenza così grande.

Anche perché, come è dimostrato in alcun paesi dove queste leggi ci sono, la deriva è inevitabile: si lasciano morire gli anziani, i malati di mente, anche i minorenni.

Assolutamente sì. Ognuno può decidere di togliersi la vita ma anche di toglierla all'altro per cui ci si chiede perché in un caso si parla di omicidio e in questi casi no. La vita va regolata e non deve essere tolta da noi. Parlo da credente e mi appello a Dio, ma anche per il non credente ci vogliono delle regole, la vita non ce la diamo e così non dobbiamo togliercela.

Lei racconta che da bambino andava a letto chiedendo a Dio di guarire e la mattina dopo si svegliava senza che nulla fosse successo. Le è mai capitato di provare rabbia nei confronti di Dio?

Ero un ragazzino, siccome gli altri bambini si rivolgevano alle mamme dicendo "ma perché lui cammina così", oppure mi dicevano "non puoi venire a giocare con noi perché poi cadi e ti fai male". Desideravo così tanto la guarigione che di notte sognavo che correvo e giocavo a calcio come tutti gli altri, e poi mi risvegliavo deluso di non essere cambiato, neanche dopo due interventi di allungamento dei tendini.

Era arrabbiato?

Ero arrabbiato perché pensavo: perché un bambino non merita di essere ascoltato da Dio? In realtà ho capito che il Signore ti ascolta per altre vie, misteriose e che non capirai. Ti stupisci, ma è così.

A volte scopriamo che uno vale come persona più della sofferenza che ha dentro, intende questo?

Io avevo un vangelo tutto particolare, quello del pietismo, del piangermi addosso, del non servo a nessuno. La mia vita è cambiata quando ho fatto la prima comunione incontrando il Movimento Apostolico dove sono stato accettato e ho capito che potevo essere uno strumento, che potevo essere più della mia malattia. Non ho chiesto più la mia guarigione ma di sapere amare gli altri, e piano piano ogni mia tristezza è svanita. 

Come è successo?

C'è stato un episodio particolare. Una persona mi regalò un bastone per anziani dicendomi parole che mi sembrarono terribili: questo sarà il bastone della tua vecchiaia perché tu non guarirai mai. Rimasi scioccato, e invece fu lo lo spartiacque, proprio come il bastone di Mosé che aprì il mare in due. Quel bastone ha spaccato la tristezza, ho trovato per la prima volta il sorriso che non avevo mai avuto. La vita è meravigliosa comunque.

Lei ha pubblicato un libro (Il mio sì al Signore, testimonianze di vita sacerdotali, Tau editrice) in cui racconta la storia di otto sacerdoti, quelli che come dice il papa vivono nelle periferie esistenziali del mondo.

Il libro è un inno alla bellezza di vita sacerdotale, ispirato da un atto di pedofilia da parte di un sacerdote. Ho voluto mostrare il volto bello del sacerdozio, storie di preti che come dice il papa sentono la puzza delle pecore, stanno con la gente, condividono il dolore e la fatica, come un sacerdote di Gela che da solo ha organizzato una mensa che sfama 5mila persone al giorno. Sono storie della lotta quotidiana di ogni sacerdote. Normalmente non ci si chiede mai cosa vuole Dio dal prete.

Cosa vuole Dio da un prete?

Che dia la vita per le anime degli altri e basta.

(Paolo Vites) 

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