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BIOTESTAMENTO/ Altro che fine vita, Così "muore" la fiducia tra medico e paziente

Ieri l'Aula di Montecitorio ha ripreso l'esame del ddl sulle "disposizioni anticipate di trattamento". 5 articoli che regolamentano le decisioni sul fine-vita. CARLO BELLIENI

Biotestamento, LaPresse Biotestamento, LaPresse

Il consenso informato non è "in sé" la base di una buona medicina. Sembra un paradosso, dato che esso (seppur cosa buona e giusta) sembra esser stato consacrato e divinizzato, ma la base della medicina è un'altra, come vedremo poi; e vedere una legge dello Stato che fraintende e ingigantisce questo principio ci preoccupa. Se è vero che dai frutti si riconosce l'albero, è anche vero che dalle radici se ne stabilisce la solidità. E la solidità del dibattito di questi giorni in Parlamento e fuori sulle Dat (Dichiarazione anticipata di trattamento), indipendentemente da quel che ciascuno ne pensa, appare fragile, minata già alle radici. E lo diciamo nella consapevolezza che le cure inutili o dannose o dolorosamente insopportabili debbano essere eliminate. Ma non così. 

Esaminiamole le radici, cioè la prima parte del disegno di legge "Norme in materia di consenso informato e di dichiarazioni di volontà anticipate nei trattamenti sanitari", che è proprio sul consenso informato. 

Quel che è più preoccupante è come parte il discorso nel progetto di legge: il centro della legge (primo articolo) è il consenso informato, specchio di un certo modo di intendere la medicina. comma 2: "atto fondante" (sic) della relazione tra medico e paziente è il "consenso informato". Su questo bisogna riflettere. Certo che il medico che facesse una cosa contro o all'insaputa del suo paziente o che non chiedesse il consenso ad un certo intervento sarebbe un pessimo medico, un orrido medico; ma seppur importante, non è su questo che si fonda il rapporto medico-paziente. E, sia ben chiaro, nell'attuale stato di cose proporre e approvare per iscritto un trattamento è quanto è da farsi. Purtroppo la medicina attuale (non la "medicina moderna", che in quanto evoluta teorizza ben altro) teorizza solo questo rapporto contrattualistico e aziendale tra medico e paziente e questo mina alla base la fiducia e anche l'efficacia talora del trattamento: "Se tu, che dovresti essere mio alleato, mi fai firmare un lungo modulo tipo i moduli bancari, vuol dire che non ti fidi di me; ergo io non mi fido di te!". 

Pensare che il rapporto col medico sia "il consenso", benché informato, significa pensare che ci si trovi di fronte a due parti se non avverse, almeno estranee che necessitano di un contratto per agire. Invece il rapporto medico-paziente può sussistere pienamente solo nell'empatia reciproca, che non significa sentimentalismo né paternalismo, ma semplicemente tre parole: curare, guarire e medicare. Curare significa "aver cura", guarire significa etimologicamente "riparare, schermare", e medicare viene da una radice che significa "misurare, considerare attentamente". Capite quanto queste tre parole implichino colloquio, contatto fisico, anche connivenza e complicità che non si ritrovano in nessuna forma contrattualistica, che al massimo fonda le basi sul moltiplicarsi di protocolli e mansionari da seguire e ossequiare; utili certo, ma non fondanti un rapporto. Il contratto serve quando non ci si fida. Certo, sarebbe da rifare il sistema sanitario, se le basi sono queste; ma per ora se non altro permetteteci di riconoscerle e criticarle. 

Se questa è la premessa, l'intera legge ci sembra traballante, in bilico, fondata sulla sabbia di una definizione di cura che non potrà soddisfare nessuno, nemmeno chi oggi l'approva pensando ai trattamenti di fine vita e non al nuovo colpo che infligge al concetto di medicina.

Questa premessa infatti mina non solo tutto ciò che segue, ma anche la buona sanità: quante volte chi si rivolge ad un ospedale si è lamentato per la spersonalizzazione, per la mancanza di colloquio e di riferimenti chiari? Pensare che tutto si risolva con una firma, con un contratto, col ricevere informazioni non è buona sanità, ma la vera malasanità, che a volte viene identificata con gli errori medici ma che in realtà è la distanza tra le mani di chi cura e di chi è curato. Pensare di lasciar intatta questa distanza e di metterci "una pezza" con una firma è un errore mortale. Correggiamolo: solo poi potremo parlare sul fine-vita in modo serio, costruttivo ed etico.

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