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LA STORIA DI PAPO/ Il bambino morto a 10 anni che continua a vivere

Un papà che ha perso il figlio a soli 10 anni di età ha riunito in un libro il suo dolore e le sue domande postate inizialmente su facebook, ecco di cosa si tratta

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Nessun genitore dovrebbe sopravvivere ai propri figli, è la frase drammatica e terribile che si accompagna sempre al momento in cui muore un figlio. Sopravvivere al proprio figlio vuol dire che lui è morto prima del tempo, anche se il tempo che abbiamo a disposizione su questa terra nessuno sa quanto sia. E' il caso di Jacopo, uno splendido bambino deceduto a soli 10 anni di età dopo essere stato colpito da una patologia che lo accompagnava dalla nascita, una mutazione genetica che concede non più di 99 battiti al minuto. Vuol dire che ogni sforzo può essere fatale e i genitori cercano di fare il possibile perché il bambino non esageri con i giochi, le corse, i movimenti che tutti i bambini di quell'età naturalmente non trattengono, ma poi basta un nulla, un momento imprevedibile.

Il 22 agosto dello scorso anno Papo, come lo chiamano, è in vacanza al mare con i nonni e i genitori, esce in bicicletta e quando torna cade a terra e anche il cuore si ferma. In ospedale due giorni in rianimazione poi la morte. Il dolore infinito di un padre e di una madre, a cui il primo dei due cerca di reagire scrivendo ogni giorno un post su facebook: "Ora la mia missione è far sapere al mondo quanto meravigliosamente incredibile mio figlio Papo" dice il padre Andrea Pilotta. Queste migliaia di pensieri sono adesso stati radunati in un libro con una bella introduzione di Jacopo, figlio di Dario Fo: «Vivere il dolore in solitudine, senza inventarsi nulla, distrugge la qualità umana delle persone. Attraversare il dolore giocando, facendo finta che si possa andare oltre, fa crescere la qualità di tutto il genere umano».

Per il papà, Papo non è morto, è soltanto "dall'altra parte dell'infinito" a correre, saltare e divertirsi". E così il figlio diventa una sorta di supereroe «divertente, irriverente, strafottente, dissacrante, eroico e senza paura della morte, perché mica si muore veramente». Un libro che ha un titolo significativo: "Una rivoluzione d'amore". Perché, anche se appare incredibile, anche la morte di un figlio può essere un gesto d'amore e cambiare, in meglio, la vita di chi l'ha subita anche se il dolore ci sarà sempre: «È troppo dura vivere senza orizzonti... quando ti muore un figlio qualcosa di te, grande o piccolo, per quanto tu lo riesca ad arginare, è morto per sempre insieme a lui» a cui aggiunge "la cosa più importante è non arrendersi e fare un immenso casino d'amore".

Non tutti hanno la forza di quest'uomo, una forza che si sprigiona naturalmente. Per molti non si esce più dal buco nero della perdita. E' vero come dice Jacopo Fo che non si può vivere il dolore da soli, ma anche condividerlo forse non basta. Se il dolore non diventa un cambiamento per chi ancora vive, per andare a fondo di sé stessi, allora è inutile. Questo libro apre una sfida importante: che cosa è la morte e perché il dolore innocente?

Ogni storia è diversa, e ognuno ha la sua, di storia. A leggere questo bel "Una rivoluzione d'amore" viene in mente un libro analogo a questo, pubblicato da poco, nel senso che è la storia di un ragazzo di 17 anni anche lui morto (in un incidente) e a cui i genitori sono sopravissuti. Si intitola "Marco Gallo, anche i sassi si sarebbero messi a saltellare" (Itaca Editore) e oltre ai ricordi di amici, genitori e parenti contiene i tanti scritti che questo giovane aveva raccolto nella sua domanda infinita di senso della vita. Dice la madre: "La gioia di vivere di Marco non si è spezzata non perché noi ci proponiamo di ricordarlo (quanto dura un ricordo? può un ricordo restituire un solo abbraccio?), ma perché Marco non è finito nel nulla, perché il Signore risorto c’è e ci aspetta, perché già da ora i nostri cari vivono una vita vera. Lo so perché lo vedo nella mia disperazione sconfitta, lo vedo nelle mie figlie rese più belle dalla gioia cristiana, lo vedo in mio marito che paziente compie il suo lavoro quotidiano, ciascuno nelle circostanze a cui il Signore chiama". 

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