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LA STORIA/ La sorpresa del bene: il mistero di un autista di Forlì

Una donazione imprevista, arrivata alla comunità di recupero per tossicodipendenti L'Imprevisto di Pesaro: quella di un uomo che quasi nessuno conosceva. SILVIO CATTARINA

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Caro direttore,
in questi giorni ricorre l'anniversario della morte di un uomo speciale, di un amico. Riporto quello che al tempo scrissi per raccontare la sua storia, il suo rapporto con noi della comunità l'Imprevisto di Pesaro (nda).

Un altro episodio fra i più belli e commoventi successi nella storia delle nostre comunità è quello riguardante "il famoso autista di Forlì". Anch'esso ci ha insegnato e ci insegna tuttora un'infinità di cose.

Circa dieci anni or sono (ormai quindici circa, nda), un certo giorno mi telefona una signora: "Lei non mi conosce, sono la figlia di un uomo di Forlì che è morto pochi giorni fa ed ha lasciato detto di devolvere quanto avremmo raccolto durante il funerale alla vostra Comunità, domenica mattina verrei a portarle i soldi". 

Domenica mattina la signora puntuale si presentò con una bella somma, veramente consistente, inaspettata. E raccontò: "il mio papà era autista dell'Azienda sanitaria di Forlì, veniva spesso in questa comunità per accompagnare le assistenti sociali o le psicologhe che qui si recavano a far visita ai ragazzi. Aveva un tumore, sapeva di dover morire. Ma diceva: 'quando muoio raccogliete dei soldi e portateli in quella comunità di Pesaro, perché durante le lunghe attese i ragazzi mi salutano, mi chiedono come sto, se voglio i giornali da leggere, un bicchiere d'acqua, mi dicono perché non vado sotto quelle piante dove troverei l'ombra eccetera".

 Mi portò anche una foto. Io non ricordo di averlo mai visto e anche gli operatori — quando ho fatto loro vedere la foto — hanno affermato di non aver mai fatto caso a quell'uomo che se ne stava in disparte e ci osservava per tutto il tempo che si intratteneva presso la nostra sede. Lo conoscevano solo i ragazzi. Quella persona e i ragazzi hanno visto, sono stati ed hanno fatto molto più di me e degli operatori. I ragazzi sono stati per quell'uomo un punto significativo di attenzione, di accoglienza, di sollecitudine. Di verità. Senza che noi li invitassimo a compiere nessuna azione verso di lui.

Chi vede, chi capisce, chi è intelligente, chi va in profondità sono i piccoli ed i semplici. Chi arriva per primo difficilmente sono i capi, i professori, i colti. Chi pensa già di sapere.   

Fra le tante foto, in uno dei tanti quadri appesi sulle pareti della comunità, conservo ancora la foto di quell'uomo, il ricordino come viene chiamato a Pesaro. Ogni tanto gli passo accanto e lo guardo. 

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