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Cronaca

MIGRANTI, DOVE LI RESPINGIAMO?/ Reportage dalla Libia: dietro l’efficienza immondizia, catrame e degrado

Tripoli, il dramma dei migranti. Reportage nel centro di accoglienza libico, il giornalista de "La Stampa", Domenico Quirico, racconta le condizioni di vita al limite

Il dramma dei migranti in Libia (foto LaPresse)Il dramma dei migranti in Libia (foto LaPresse)

Sul quotidiano La Stampa un servizio di Domenico Quirico racconta il dramma dei migranti bloccati a Tripoli, respinti dall’Europa e costretti a stazionare in Libia, ignari del proprio futuro. La domanda che il giornalista si è fatto è proprio questa: che fine fanno i tantissimi che non riescono a a centrare l’ingresso nella Terra Promessa, quell’Europa che per molti di loro rappresenta l’unica possibilità di salvezza? Quirico parla innanzitutto di quello che lui chiama “il puzzo della miseria”, un mix di odori che i poveri devono sopportare ogni giorno, dovuto al cibo scadente, all’immondizia, alla scarsa igiene personale alla quale sono costretti. Un trasudare paura che resta sotto la voglia di vivere, anche nei centri per l’accoglienza dell’immigrazione che in Libia assumono a tutti gli effetti le fattezze di una prigione. Dove non si può uscire e soprattutto non si può comunicare con le famiglie, tra lo stupore di chi i libici li ha anche pagati per riuscire ad attraversare il mare.

TRIPOLI, IN VIAGGIO TRA I MIGRANTI

DOMENICO QUIRICO NEL CENTRO DI ACCOGLIENZA

Il centro di accoglienza ha due facce: quella mostrata ai giornalisti ha soprattutto il volto dell’efficienza, delle partite di calcetto organizzate tra i detenuti, pur sbagliando il paese d’origine, la grande efficenza nella gestione delle masse umane da gestire. Dall’altra parte, montagne di immondizia, catrame bollente e degrado, in un paese in crisi, in cui non c’è denaro per tutti ai bancomat e in cui le situazioni sono sempre più drammatiche, soprattutto fra chi non vuole neanche sentire parlare di integrazione e vuole solamente lucrare sul dramma dei migranti. In uno spazio nel centro pensato per circa 400 persone sono ospitati più o meno 1400 migranti, divisi tra uomini e donne che si parlano fra loro da dietro le sbarre. Gente che ha perso tutto, che si è vista sequestrata ogni piccolo bene dalla polizia libica, compresi i telefoni per parlare con i loro familiari, costretta a dormire su stuoie o sul cartone, un gruppo di umanità estenuante che di notte forma una schiera di corpi che impedisce anche di camminare.

IL DRAMMA DELLE DONNE

Per qualcuno, nonostante tutto, è ancora viva la speranza dell’Europa, di raggiungere una vita migliore, un mondo diverso da quello in cui la spersonalizzazione e le bastonature sono le uniche prospettive certe. Il sogno dell’Europa è quello di una vita diversa, come racconta un ragazzo marocchino, una vita in cui si vive appunto per vivere e non solo per cercare di mangiare e sopravvivere, giorno dopo giorno. Quasi tutti i migranti del centro di accoglienza di Tripoli saranno rimpatriati nei paesi di origine, quasi tutti riproveranno la traversata. E in tutto questo c’è il dramma delle donne, molte destinate o già avviate alla prostituzione, alcune in attesa di un bambino, altri con i loro piccoli già nati abbandonati in terra come piccoli fagotti, senza spazio per accudirli degnamente. Qualcuna litiga, altre stanno sedute e pregano, cercando un conforto da un Dio che, pensano, di sicuro non le ha abbandonate. E a Tripoli le preghiere servono più che mai, ora.

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