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Cronaca

SOLFATARA DI POZZUOLI/ Genitori e bimbo muoiono nel cratere, perché Dio lo ha permesso?

Ieri un bambino di 11 anni ha superato le barriere ed è caduto in un cratere della solfatara di Pozzuoli. Muoiono con lui anche il padre e la madre. Si salva il fratellino. ALFONSO RUFFO

Padre, madre e figlio muoiono nella solfatara di Pozzuoli (LaPresse)Padre, madre e figlio muoiono nella solfatara di Pozzuoli (LaPresse)

SOLFATARA DI PUZZUOLI. Questa volta non c'entrano la furia della natura, la cattiva manutenzione dell'uomo o la sciatteria della pubblica amministrazione. Questa volta siamo di fronte a una pura fatalità. Un bambino di undici anni che scappa al controllo dei genitori e scavalca uno steccato che non avrebbe mai dovuto superare. Un papà che lo insegue e una mamma che insegue il papà finendo come lui, e come il figlio, in una voragine colma di gas letali. Perché questa sequenza da film dell'orrore si svolge nel vulcano della Solfatara, a Pozzuoli, dove il suolo emana fumi di zolfo che non andrebbero respirati.

Il luogo è di proprietà privata e da sempre è aperto al pubblico che paga il biglietto per assistere a quello che viene considerato uno spettacolo della natura. I cani, i gatti e i bimbi al di sotto di una certa altezza sono interdetti perché fino a circa mezzo metro dal terreno i miasmi sono mortali. Insomma, non propriamente un posto per picnic ma nemmeno l'anticamera dell'inferno visto che in tanti anni di onorato servizio è la prima volta che si assiste a un incidente del genere. L'immancabile inchiesta della magistratura chiarirà i contorni della vicenda stabilendo se ci sono responsabilità da distribuire o è stata tutta colpa del destino.

I tre sventurati turisti di Venezia — Massimiliano, Lorenzo, Tiziana —, che la cronaca specifica essere originari di Torino, sono morti quasi sul colpo. L'allarme è scattato tempestivamente. Pronto il soccorso dell'autoambulanza. Ma non c'è stato niente da fare. L'autopsia ripartirà le cause del decesso tra il trauma della caduta e i veleni inspirati. Sfugge a questo dramma, andando incontro a un altro non meno doloroso, un bimbo di sette anni: figlio della coppia e fratello del giovane sfortunato. I presenti raccontano che abbia cercato la madre con la voce del terrore senza avere risposta. È stato affidato ai servizi sociali in attesa che i nonni lo vengano a prendere.

Non c'è una ragione umanamente comprensibile perché tre vite debbano finire spezzate così e una quarta essere privata in tenera età dall'affetto dei suoi cari. L'imprudenza è stata fatale come in tanti altri casi al mare o in auto o in montagna. In occasioni come queste si apprezza il velo sottile che separa la vita dal suo opposto. Attraversare il confine è una questione di attimi. Un'esperienza obbligatoria che tutti vorrebbero rimandare al più tardi possibile. Dimenticando però di riempire il tempo che resta e che passa di cose preziose. Tranne a pentirsene quando è già tardi.

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COMMENTI
13/09/2017 - Non nominare il nome di Dio invano (Marco Salemme)

Io ho un laghetto e se non lo avessi recintato con una rete ad altezza d'uomo, rischierei la denuncia penale. In un'area la cui pericolosità è provata da quanto è successo, la staccionata che si vede nelle foto è drammaticamente e colpevolmente inadeguata come mezzo di prevenzione. Va anche considerato il fatto che il gestore dell'area avrebbe dovuto mettere in atto tutte le misure di sorveglianza atte ad impedire non un evento del genere ma ogni comportamento men che sicuro. Certo anche i genitori avrebbero dovuto sorvegliare il loro figlio, ma loro hanno pagato un prezzo spaventoso per questa mancanza. Questa volta la fatalità e Dio non c'entrano.