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Cronaca

LETTERA DI SAN GIUSEPPE A MARIA/ "Stando con te ho capito perché sono nato"

Ritrovata una lettera di san Giuseppe. Improvvisamente "quel bambino che avevo dovuto accettare è diventato ciò che ci poteva salvare". FEDERICO PICHETTO

William Congdon, Natività 1965 (Foto d'archivio)William Congdon, Natività 1965 (Foto d'archivio)

Caro direttore,
una leggenda vuole che San Giuseppe, dovendo partire per un lavoro importante che lo attendeva in Giudea senza sapere se sarebbe tornato, dettò ad un suo amico questa lettera fino ad ora mai tradotta e che, nello spirito natalizio, mi permetto di consegnare a Lei e ai lettori con i miei migliori auguri di buon anno.

Carissima Maria,
è da tanto che desideravo scriverti queste cose e dopo quello che mi hai detto ieri sera penso ne sia venuto il momento. Tu sai bene quanto la mia vita, per lungo tempo, sia trascorsa passando da un lavoro ad un altro, vagabondando tra i rapporti senza mai trovare una casa. Il giorno che ti ho vista per la prima volta non stavo più aspettando niente, solo che la vita — perfino la vita — passasse. Non ho capito subito quanto tu fossi importante per me: ero ormai rassegnato, dicevo agli altri di cercare qualcuno, ma in realtà avevo perso la speranza che quello che desideravo esistesse. Poi è arrivata la tua dolcezza, il tuo silenzio, la tua forza d'animo e qualcosa in me si è mosso. Giorno dopo giorno ho ricominciato ad esistere, ad interessarmi delle cose, ad appassionarmi al mio lavoro, a non voler più morire, ma vivere. Tu hai riaperto la partita della mia vita, una partita in cui ero sconfitto, solo e finito. Il tuo arrivo ha cambiato tutto.

Poi è successo quel che sai. La gravidanza, l'Angelo, tua cugina: mi sono sentito d'un tratto ferito mortalmente, un povero illuso che sperava che le cose potessero cambiare, mentre invece erano sempre le stesse. Ma non avevo capito niente. In quei giorni ho compreso per la prima volta che non si può amare "una" persona, ma che occorre amare "quella" persona, con la sua storia e il suo carattere. L'amore comincia sempre dove ti trovi, ma ti porta sempre altrove. Normalmente dentro di te, a contatto con quelle parti di te che mai avresti pensato un giorno di dover incontrare. 

Il viaggio verso Betlemme, la tua fatica, le tue stesse lacrime, mi hanno come fatto intuire che il posto che abbiamo nel mondo — il mio posto nel mondo — non è frutto di una nostra scelta, bensì di una nostra scoperta. Stando con te ho capito di più chi fossi io e perché fossi venuto al mondo. In quella grotta, quella notte, non la smettevo di guardarti e di domandarmi dove la vita ci avrebbe portato. Non tutti i giorni sono stati facili: litigi, incomprensioni e paure hanno accompagnato il nostro cammino e ci hanno portato a ferirci, a farci del male, distruggendo la favola del nostro matrimonio. Ricordo in particolare quando abbiamo portato Gesù a Gerusalemme per la Pasqua: lui si è perso e tu ti sei agitata moltissimo. In quel momento ho provato molta invidia per Gesù, perché desideravo che tu mi amassi almeno un po' di come amavi lui. È stato terribile sentire quanta distanza ci possa essere tra due persone che vivono vicine. Lì ho afferrato che nemmeno tu, la mia dolce e desiderata Maria, puoi bastare al mio cuore. Tu non sei tutto, tu sei l'inizio di tutto. Non ho potuto fare a meno che cominciare a guardare Gesù: la sua presenza era quello di cui avevamo bisogno. Improvvisamente quel bambino che avevo dovuto accettare è diventato ciò che ci poteva salvare. Averlo in casa, infatti, riportava tutti e due di fronte ad un Mistero più grande nel quale era possibile pensare di amarsi. Infatti io non posso amarti per quel che mi dai, ma posso amarti per quel che ridesti in me. Se mi mettessi a misurare quanto tu abbia realizzato le mie aspettative non ci sarebbe futuro per noi, ma se ti guardo per quanto e come mi hai fatto cambiare e crescere, allora non ho dubbi: questa vita con te può essere per sempre.

È strano perché da un lato mi accorgo che non ti potrei amare per sempre se non percepissi che anzitutto io sono amato da sempre, dall'altro osservo quanto poco abbia pensato in tutti questi anni al tuo cammino, alla tua strada, al tuo dolore. Come un egoista non ho mai guardato la nostra storia dal tuo punto di vista. Per questo ti ringrazio di ieri sera. Sapere che l'Angelo ti aveva chiesto di chiamare nostro figlio Emmanuele e tu, invece, hai deciso di chiamarlo con le stesse consonanti del mio nome, mi ha fatto commuovere. Ero così cieco da non vedere quanto tu, fin dall'inizio, volessi che Gesù fosse anche figlio mio. E adesso che sto per partire e ci penso, non posso che girarmi verso entrambi e riconoscere che, attraverso tutto quello che ci è capitato, voi siete la mia famiglia, la mia casa, il grembo dove il mio cuore può incontrare quel Tutto che aspetto da sempre e che, da qualche tempo, ho iniziato a chiamare Paradiso.

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