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Cronaca

LIDIA MACCHI/ Stefano Binda: "non sono io l'autore della poesia 'In morte di un'amica'" (Quarto Grado)

Lidia Macchi, ultime novità sul celebre cold case che vede indagato Stefano Binda: sostituto pg chiede nuove attività istruttorie, l'accusato avanza possibile alibi.

Lidia MacchiLidia Macchi

Nell'ultimo appuntamento in aula, in occasione del processo a carico di Stefano Binda, accusato del delitto di Lidia Macchi, l'uomo ha ammesso di avere un alibi - anche se difficilmente confermabile - ed al tempo stesso tempo ha asserito di non essere lui l'autore della poesia anonima "In morte di un'amica", recapitata alla famiglia della giovane vittima nel giorno del suo funerale. Come riporta l'agenzia di stampa Ansa, Binda ha anche risposto alle domande del sostituto pg Gemma Gualdi, negando al tempo stesso la paternità di alcuni scritti che gli furono sequestrati, rinvenuti all'interno della sua camera e sui quali compariva, tra le altre cose, un'annotazione inquietante: una versione di greco tradotta come "Stefano è un barbaro assassino". L'imputato ha quindi spiegato di aver sempre portato con sé le sue agende ed i quaderni e tra le ipotesi esposte in aula c'è quella secondo la quale qualcuno possa aver scritto in sua assenza e contro la sua autorizzazione. Oggi, intanto, la trasmissione Quarto Grado ripercorrerà il caso con le ultime novità e le ultime richieste che del sostituto pg avanzate in aula. (Aggiornamento di Emanuela Longo)

LIDIA MACCHI, IL CASO A QUARTO GRADO

Nelle ultime settimane il giallo sulla morte di Lidia Macchi, la giovane studentessa di Varese uccisa nel gennaio del 1987, è stato caratterizzato da una serie di colpi di scena importanti. Il principale è stato rappresentato dal ritrovamento di quattro capelli di un "ignoto" rinvenuti sul corpo della giovane e non appartenenti né alla vittima né a Stefano Binda, unico indagato e principale accusato del suo delitto. Il cold case fu riaperto ufficialmente nel gennaio di due anni fa proprio con l'arresto dell'ex compagno di liceo di Lidia, ma ora potrebbe essere attraversato da ulteriori novità illustrate questa sera nel corso della puntata di Quarto Grado. In aula, come spiega Repubblica.it, Binda ha iniziato a spiegare cosa si celerebbe realmente dietro un suo scritto risalente al 9 gennaio 1987, precisamente due giorni dopo il delitto della Macchi, in cui lo stesso annotava: "Stefano sei fregato, potrebbero strapparti gli occhi ma quello che hai visto hai visto".

A suo dire non avrebbe nulla a che vedere con l'uccisione della ragazza bensì riguarderebbe un suo problema intimo molto profondo che in quel periodo lo tormentava al punto da metterlo davanti ad un bivio: continuare a essere un tossicodipendente o iscriversi all'Università ed aderire a Comunione e Liberazione, dove aveva conosciuto Lidia. La foto della 20enne, inoltre, non sarebbe stata attaccata alla pagina del diario, come riferito dall'accusa, ma sarebbe rimasta tra le pagine dello stesso.

LIDIA MACCHI: LE NUOVE RICHIESTE DEL SOSTITUTO PG (QUARTO GRADO)

In apertura dell'ultima udienza del processo a carico di Stefano Binda, il sostituto pg di Milano aveva avanzato alcune nuove attività istruttorie, tra cui una perizia grafologica sulla celebre poesia "In morte di un'amica", secondo l'accusa scritta e inviata da Binda alla famiglia di Lidia Macchi nel giorno del funerale della ragazza, al fine di sgomberare da ogni dubbio quanto finora sostenuto sullo scritto. Nella stessa occasione era stata disposta anche una consulenza psichiatrica al fine di appurare se le patologie di cui l'indagato è affetto possano avere in qualche modo influito anche sul suo comportamento. Nel corso della richiesta del sostituto pg, Stefano Binda aveva nuovamente ribadito di non essere lui l'autore della missiva anonima recapitata alla famiglia della vittima e in particolare aveva aggiunto nuovi dettagli in merito al suo presunto alibi in riferimento ai giorni in cui avvenne il delitto di Lidia: "Io ero in vacanza a Pragelato, ero partito il primo gennaio", aveva asserito, pur non ricordando con chi fosse.

Secondo l'avvocato Daniele Pizzi, legale della famiglia Macchi, ciò tuttavia rappresenterebbe "la totale assenza di un alibi" in quanto l'uomo non sarebbe stato in grado di fare alcun nome che possa di fatto confermare la presenza di Binda a Pragelato. Infine, l'accusa aveva richiesto una ulteriore consulenza genetica questa volta riferita ai quattro capelli rinvenuti sul cadavere della vittima.

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