BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

Cronaca

MAMMA PICCHIATA DA BULLI/ Perché chiede di non bestemmiare: essere credenti è ancora un diritto?

Non erano ragazzini, non era una baby gang come hanno scritto i giornali, quelli che hanno picchiato una mamma perché chiedeva loro di non bestemmiare. MONICA MONDO

LapresseLapresse

Metti una domenica al centro commerciale, diventato luogo di gite festive, in barba al giusto riposo che da millenni caratterizza gli uomini creati dagli uomini che si concepiscono unici creatori. D'altra parte, una madre che lavora deve pur prendersi il tempo per fare due compere, e naturalmente si porta dietro i bambini. Ma essendo madre, non dimentica la vocazione educativa anche se si tratta di figli altrui. Vede un gruppo di ragazzi che bestemmia ad altra voce, ripetutamente, insistentemente, e alza la voce, sgridandoli. Com'è giusto e come si deve. Non si tratta solo di un'offesa, perfino un reato, in base a quella Costituzione di cui ci sciacquiamo la bocca senza averla mai letta; si tratta di rispetto, forse per la sua fede, per quella di altri passanti. 

E i ragazzi la riempiono di botte, davanti ai suoi piccoli. Supermercato le Gru, porte di Torino, meta da tempo di gang di delinquenti che spacciano, rubano, picchiano. Baby gang, le chiamano. Baby gang, descrive il fattaccio Repubblica, edizione di Torino. Ma quale baby gang: gli emuli di Gomorra e Suburra hanno 16-17 anni, c'è anche una leggiadra fanciulla di 15, che menava più dei maschi. 17 Anni: Rimbaud scriveva le meglio poesie, tanto per fare un esempio, i nostri nonni evocati dal presidente della Repubblica si preparavano a combattere, ci si prepara alla maturità e ci permettono di votare un anno dopo, e di andare pure in carcere. 

Non si tratta affatto di bambini, ma di uomini e donne, non da giustificare, o da proteggere, ma da punire. Perché punire, se ben fatto, aiuta a crescere, come sa ogni madre e ogni padre, ogni maestro. Superfluo sottolineare che punire non significa picchiare: qui che picchia ci sono solo i baby. 

C'è un'altra cosa da osservare: l'inesistenza di un'educazione alla fede, e immagino l'indifferenza anche di chi crede, quasi che allo sberleffo, all'insulto, allo scherno ci si sia abituati. Dovrebbe essere una ferita, sentir nominare invano il nome di Dio, un  dolore profondo, che propaga male attorno a sé, anche se per un gesto inconsapevole, sventato. Dante all'Inferno ha posto Capaneo, che bestemmiava un Dio che pure riconosceva, e aveva scelto di odiare, non potendo lasciarsi amare. Oggi si bestemmia il nome di Dio che ci è indifferente, che non consideriamo nell'orizzonte della nostra vita. Per questo l'offesa è ancora più grave, e la pena con essa. Per questo chi si considera poveramente credente dovrebbe alzare la voce, senza sterili indignazioni, ma riaffermando la propria fede, non solo biascicando il Credo a Messa, ma essendo testimoni di una grazia donata, qui ed ora, nel tempo dato, nelle circostanze che ci è chiesto di attraversare. 

Anche dare le notizie in modo corretto è offrire una testimonianza. Anche non svalutarne la portata, e farne occasione di dialogo con i nostri figli, i nostri allievi.

© Riproduzione Riservata.