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Cronaca

PROCESSO RUBY BIS, EMILIO FEDE E NICOLE MINETTI/ Video, l'ex Olgettina Imane Fadil: "Più ragazze, più soldi"

Processo Ruby bis: in appello il pg chiede la conferma delle condanne per Emilio Fede e Nicole Minetti contestando loro il reato di favoreggiamento della prostituzione

Emilio Fede, imputato nel processo Ruby bis (LaPresse)Emilio Fede, imputato nel processo Ruby bis (LaPresse)

Nel giorno in cui è arrivata la notizia della richiesta da parte del pg del Tribunale di Milano della conferma delle condanne per favoreggiamento della prostituzione a carico di Emilio Fede e Nicole Minetti nel cosiddetto processo d’appello Ruby bis, a far discutere sono anche le parole di Imane Fadil, una delle ragazze che si è costituita parte civile nel processo che vede imputati l’ex direttore del Tg4 e l’ex consigliera alla Regione Lombardia. La ragazza infatti è una delle cosiddette “Olgettine” pentite ma, come tiene a precisare la diretta interessata, lei ha voluto uscire dalla sfera di interessi di Lele Mora ed Emilio Fede prima che lo scandalo legato alle cene di Arcore scoppiasse. “Ora mi aspetto che sia fatta giustizia, restando ai fatti reali e alla verità” ha detto la Fadil ricordando anche tutto ciò che ha dovuto subire in questi anni in termini di violenza psicologica ma anche di isolamento da parte di chi avrebbe dovuto difendere le ragazze come lei che si sono costituite parte civile. “Comunque rifarei quello che ho fatto in tribunale, raccontando tutto dato che in pochi sanno che io avevo già deciso di uscire fuori da quel gruppo di Fede e Mora, ma mi sono ritrovata dentro senza alcun motivo…” conclude la ragazza che poi conferma anche di aver avuto delle proposte indecenti dallo stesso Fede (“Ma ne parlerò dopo…” si limita a dire) e spiegando che il giornalista voleva guadagnarci da quello che, secondo l’accusa, sarebbe consistito in un favoreggiamento della prostituzione e che la Fadil sintetizza in un lapidario “Sì, più ragazze, più soldi”. (agg. di R. G. Flore)

RUBY BIS, CHIESTA CONFERMA CONDANNE PER FEDE E MINETTI

Nel processo d’appello Ruby bis il sostituto procuratore generale del Tribunale di Milano ha chiesto la conferma delle condanne per favoreggiamento della prostituzione a carico di Emilio Fede e Nicole Minetti: come è noto, il procedimento è partito nel novembre del 2015, quando la Cassazione annullò la precedente sentenza di secondo grado (per via di “lacune motivazionali”) e nella quale erano stati chiesti 4 anni e 10 mesi per l’oramai ex direttore di Rete 4 e 3 anni invece l’ex consigliera in Regione Lombardia. Pesanti le accuse nei confronti di Fede e della Minetti, dato che il pg Daniela Meliota ha spiegato che il primo ha favorito la prostituzione di alcune ragazze per Silvio Berlusconi e che, parole testuali, era incaricato di portare “merce nuova” nella villa di Arcore, cercando anche di lucrare su questa attività; per quanto riguarda invece la Minetti, il suo compito secondo il sostituto procuratore era essenzialmente logistico, ovvero di procurare delle abitazioni alle suddette ragazze, tra le quali l’oramai nota Ruby, all’anagrafe Kharima El Mahroug che all’epoca dei fatti contestati aveva appena 17 anni.

LA REQUISITORIA DEL PG

Insomma, il nuovo procedimento prenderà il via il prossimo 9 maggio dopo che era stato letteralmente “spacchettato” dal gup di Milano ad altre Procure per via della questione di competenza di territorialità: a tal proposito va ricordato che, nel processo Ruby bis, Silvio Berlusconi era stato comunque  assolto dalle accuse di prostituzione minorile e concussione, mentre è ancora in ballo il cosiddetto filone ter che invece riguarda la presunta corruzione degli ospiti presenti alle “cene galanti” e che, secondo gli inquirenti, sarebbero state indotte a dire il falso in tribunale. Come detto, però, particolarmente pesanti sono alcuni passaggi della requisitoria del pg Daniela Meliota, secondo la quale le ragazze erano condotte nella villa di Arcore da Emilio Fede “per far star tranquillo l’ex Cavaliere e metterlo di buon umore”, nonché per permettere al giornalista di mantenere la sua posizione di direttore del Tg4 e “l’autorevolezza e i guadagni che ne derivavano”.

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