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DON GNOCCHI/ Quell'uomo che ha dato un volto alla sofferenza

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Oggi (perché la fondazione don Gnocchi è una realtà che tanti italiani conoscono) i disabili gravissimi, le persone in coma o in stato vegetativo. Tutto il suo carisma nasce dall’impatto terribile, durante la ritirata di Russia, col dolore innocente, come lui lo chiama.

 

Che senso hanno le morti di quei ragazzi? Che senso ha la sofferenza di un bambino devastato da una bomba mentre gioca? Don Carlo arriva ad una specie di fondo della questione, sente la vertigine. “Veder”, come scrive, “l’anima propria perdere mano a mano il potere di consentire al dolore, al pericolo e alla morte”. Ma durante la guerra, rischiando di morire lui stesso, percepisce che la vita gli viene “prorogata” per un compito.

 

E alla vista di un alpino morente, ha l’illuminazione che cambierà la sua vita: “La memoria esatta dell’irrevocabile incontro mi guidò d’istinto a scoprire i segni caratteristici del Cristo sotto la maschera essenziale e profonda di ogni uomo percosso e denudato dal dolore”. L’esperienza lo segna in modo definitivo. “Ora quelle promesse mi impegnano come una cambiale firmata davanti a Dio”, scrive al cardinal Schuster.

 

Don Carlo, faccia aguzza anni Cinquanta, alto coi capelli indietro, che lo fa somigliare al giovane Primo Levi, terremota Milano e la Brianza, coi suoi bambini mette a soqquadro mass media e Chiesa ambrosiana, facendosi anche rimproverare per la sua “irrequietezza”. Ma non molla, lotta come un leone per i suoi bambini, anche con un grande genio creativo. Scomoda il Quirinale e Vittorio De Sica. Si fa regalare una Vespa, organizza la prima Freccia Rossa (altro che Alta Velocità) con un motorino Guzzi da 65 cavalli che arriva fino ad Oslo, mobilita i giornali popolari.

 

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