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SOCIETÀ LIQUIDA/ Barcellona: dietro la maschera della falsa libertà si cela il pensiero unico

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Nel suo recente volume Il furto dell’anima Pietro Barcellona, docente di Filosofia del Diritto all’Università di Catania, rivolge uno sguardo preoccupato alla società «liquida».

 

 

Professor Barcellona, da dove le deriva questo timore sul futuro della società?

 

Nella società «liquida» o «della rete» non esistono più le persone, perché è avvenuta una dissoluzione delle parti che normalmente venivano ricondotte all’unità della persona e tutto viene reso, da un lato, occasionale e, dall’altro, indeterminato.

Ora, l’indeterminazione è un principio dissolutivo della vita umana. Essa, infatti, si è finora sviluppata sulla base di coppie oppositive: soggetto/mondo, uomo/Dio, maschio/femmina, vero/falso. Le coppie oppositive sono la struttura profonda della civiltà occidentale; intorno ad esse sono confluite religioni, visioni del mondo, filosofie. Nella società della rete, liquida, esse scompaiono.

 

Qual è il motivo per il quale, a suo avviso, avviene questo deprecabile fenomeno?

 

Siamo in un contesto in cui la differenza sessuale è ritenuta irrilevante, in cui, nella rete telematica, si inventano ruoli che non corrispondono alla realtà, in cui lo scambio è di informazioni e non di affetti, in cui non c’è la presenza fisica, il rapporto del corpo con l’altro corpo.

In una simile situazione scompare la differenza, che è un principio organizzativo del mondo, a partire dalla differenza uomo/Dio fino ad arrivare alla differenza tra uomo e donna.

Proviamo a pensare a second life: non si sa che identità la persona abbia assunto, la può cambiare quando vuole, nessuno è vincolato a una verità: io posso presentarmi come Robin Hood, entrare nei negozi del mondo virtuale, acquistare tutto quello che voglio; è tutto in un mondo che non ha nessun rapporto con la realtà.

Nel mondo reale noi abbiamo un'identità, che può e deve formarsi sempre in un rapporto relazionale con l’altro e con il mondo. Le relazioni che intercorrono tra le persone concrete sono presenti nello spazio e nel tempo; sulla rete virtuale non c’è né spazio né tempo. La rete è una metafora micidiale, perché non ha né un centro né una fine. Chi abita nella rete non abita in nessun posto, chi vive nella rete non vive nessuna realtà definita. È il trionfo della indeterminazione. Che è una forma caotica; siamo nell’epoca del caos.

Ma il punto è un altro.

 

Che cosa intende?

 

Bauman propone una sorta di diagnosi che va presa sul serio. Stiamo vivendo in una società in cui predomina l’atomismo, la rottura del legame, la cancellazione del ruolo del padre o, comunque, delle figure che in qualche modo rappresentavano dei modelli. Il mondo giovanile, che è quello più pervaso dalla rete, ha subito, come ho detto nel mio ultimo libro, un vero «furto dell’anima». Non c’è più una rappresentazione di sé che abbia una consistenza. Per questo i giovani sono così violenti: la mancanza di identità portata all’estremo produce violenza.

Si pensi, inoltre, alle ricostruzioni parascientifiche per cui l’umano si risolve nei neuroni e nelle sinapsi o alla rappresentazione atomizzata del mondo, fatto di individui senza rapporti. Tutto questo concorre al dissolvimento della persona.

 

In questo quadro rientra anche l’idea della libertà come assenza di legami?

 

Ma quella non è più neppure libertà. La libertà - ritorna il tema delle coppie oppositive - si manifesta di fronte a una legge. Senza di essa la libertà non ha più consistenza; è un puro movimentismo: il fatto che mi posso materialmente spostare da qui a lì con un aereo che non costa nemmeno troppo. La libertà, invece, è uno spazio interiore che ha un limite con cui si confronta. Senza limite la libertà non esiste.

 

Si potrebbe anche dire che non esiste la libertà senza un rapporto?

 

Il limite è la base del rapporto.

Il fatto che io non sono onnipotente, onnisciente, che ho un bisogno d’amore mi porta a un rapporto con l’altro: con una donna, con un amico, con mio padre.

Senza limite non ci possono essere rapporti: semplicemente costruiamo una fotocopia di noi, dei cloni. Il limite è decisivo per la costruzione dell’identità.

 

In questa visione quale ruolo gioca l'appartenenza?

 

L’appartenenza viene un momento dopo. Se l’uomo sviluppa una attitudine all’amore (inteso come passione autentica e non come gioco) crea coppie e le coppie non possono pensarsi senza figli e quindi nasce la famiglia.

Io ritengo che essa sia uno statuto antropologico dell’essere umano ed è necessaria per lo sviluppo della libertà e dell’autonomia dei singoli. La coppia non può dominare il figlio, che non è una pura clonazione dei genitori. Allora si apre una dialettica che è fatta di libertà e di vincoli.

 

Quindi ritorna il tema della differenza.

 

Infatti. La differenza ha uno statuto ontologico, non può essere trattata come un puro fenomeno di superficie. Da essa prende origine la storia, che è lo svolgimento temporale dei rapporti umani.

Se non c’è storia, non ci sono rapporti umani. E finisce anche la libertà.

 

Infatti, Bauman sostiene che «la rete non ha dietro di sé alcuna storia».

 

Ma non può esistere un individuo senza memoria. Il successo di formule quali «società liquida» o «post umana» nasconde l’annichilimento della possibilità di dare una consistenza alla persona. Tutto diventa volatile e reversibile: posso essere uomo o donna, padre o figlio. Un pasticcio. Dal punto di vista ideologico è un tentativo di annichilire la storia dell’occidente. La proclamata irrilevanza delle differenze, il dire che una cosa vale l’altra e che tutto è disponibile è una posizione nichilista.

 

Si può affermare che una simile situazione sociale è funzionale al potere?

 

Certo che lo scopo è una logica di potere. Le nuove élite sovranazionali sono completamente irresponsabili e tendono a istituire un dominio anonimo; esso non si lascia percepire in termini tradizionali però è terrificante. Queste nuove èlite sono una specie di borghesia globale che non supera le centomila unità, ma ha un potere enorme sul mondo. Basta pensare al controllo sui media. Questo processo di rappresentazione dell’individuo che si gioca le varie parti liberamente è una neutralizzazione di ogni aggregazione politica o religiosa o culturale.

Nessuno appartiene più a nulla e in tal modo è facilmente eterodiretto



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