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STORIA/ La riscrittura del passato nelle vicende del PCI

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Il Partito comunista italiano ha avuto, sin dalle origini, un rapporto strettissimo con la narrazione delle proprie vicende storiche. Una narrazione complessa costituita da dense pubblicazioni editoriali e agili libelli divulgativi, sintetiche ricostruzioni giornalistiche e affollate feste della stampa, solenni commemorazioni di partito e rituali consegne di diplomi e di medaglie, ufficiali scoprimenti di lapidi e intitolazioni di strade finanche all’elaborazione di una qualche forma di monumentalità: ad esempio i monumenti di Lenin a Capri e a Cavriago inaugurati nel 1970 o quello dedicato a Gramsci ad Ales nel 1977.

E proprio questa complessa narrazione storica – costellata da martiri ed eroi, eventi leggendari e primati morali – è stata, da sempre, una parte costitutiva della carta d’identità dei comunisti. Il Pci costruì il proprio documento di cittadinanza attraverso una pedagogia politica che faceva della Storia il nucleo essenziale del suo Credo, l’architrave su cui poggiare i propri valori e su cui fondare un’appartenenza di tipo comunitaria.

Così, il 22 aprile del 1970, durante le celebrazioni del Centesimo anniversario della nascita di Lenin, in un affollatissimo Teatro Eliseo di Roma, addobbato con effigi e bandiere, l’allora Responsabile della Sezione Culturale del Pci, nonché attuale Presidente della Repubblica italiana, Giorgio Napolitano non esitò a definire Lenin come «un luminoso punto di riferimento» per le giovani generazioni che si schieravano «contro il capitalismo». Il linguaggio ampolloso e paludato con il quale Napolitano ricordò il leader bolscevico rifletteva quel clima di sacrale ufficialità che investiva tutta la commemorazione del Centenario. Una «celebrazione solenne» che non costituì, però, un fatto isolato ma al contrario un evento del tutto consueto. Nello stesso anno si svolsero in tutta la penisola qualcosa come 18 mila manifestazioni commemorative. E negli anni successivi i rituali celebrativi continuarono con successo seguendo lo stesso cliché del Centenario di Lenin. Fino al 1989, i comunisti italiani misero in scena il proprio vissuto attraverso un fitto reticolo di celebrazioni all’interno delle quali le commemorazioni nazionali si alternavano a quelle locali: dalla festa di fondazione del partito che si celebrava ogni 21 gennaio – fondamentali quelle del 1971 e del 1981 – alla morte di Togliatti (21 agosto), dalla morte di Gramsci (27 aprile) al centenario della scomparsa di Marx del 1983.

Questa rappresentazione pubblica della propria storia si basava, però, un processo fondamentale: la continua riscrittura del proprio passato attraverso un meccanismo di rimozione delle pagine più controverse di quell’esperienza. Il lungo profluvio di anniversari e ricorrenze più o meno note che si alternarono nel tempo videro mutare, infatti, i propri significati a seconda delle esigenze politiche e del contesto storico, esaltando ciò che serviva e rimuovendo ciò che non era più necessario. In questo modo, a poco a poco, la figura di Lenin scomparve dai rituali celebrativi, Enrico Berlinguer prese il posto di Palmiro Togliatti nel vertice del pantheon dei padri illustri del comunismo italiano e la Rivoluzione francese venne proposta come surrogato della Rivoluzione d’Ottobre.

Una riscrittura della propria storia che avvenne, però, sempre nel solco della continuità senza recidere mai i legami con il passato. Paradossalmente fu solamente una clamorosa smentita della storia – il crollo del muro di Berlino – che impose il mutamento politico e portò alla trasformazione del Pci in Pds.

 

(Andrea Possieri)



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