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LETTURE/ Dalla Humanae vitae alla camorra: quando la stampa sembra non voler capire il Papa

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I meccanismi della comunicazione giornalistica sono evidentemente molto complessi e non facili da decifrare. Tuttavia si può tentare di trovare delle linee di tendenza ed evidenziare i cliché che si vanno via via imponendo. Vorrei provare a farlo prendendo in considerazione recenti articoli su Benedetto XVI.

 

Prima di tutto dobbiamo considerare che quantitativamente la mole di scritti è piuttosto rilevante; il Papa fa notizia. Ma qui occorre subito prestare attenzione a che cosa del magistero pontificio viene ripreso dai giornali. La selezione degli argomenti è il primo modo per dare una interpretazione. Cosa, dunque, ha fatto notizia sulla grande stampa italiana in queste ultime settimane?

 

Potremmo partire dagli interveti di papa Benedetto in occasione del quarantesimo anniversario della enciclica Humanae vitae. Il tema è appetitoso, sia perché tutto ciò che lambisce la sfera del sesso risulta particolarmente attraente per i giornali, sia perché già al momento della sua promulgazione l’enciclica di Paolo VI aveva scatenato furibonde polemiche. Forse nelle redazioni si era pensato che dopo quarant’anni la Chiesa avesse cambiato posizione e, magari sull’onda delle numerose richieste di perdono per gli errori dei suoi figli, finisse per scusarsi anche dell’Humanae vitae. Quando, al contrario, Benedetto XVI ne ha riaffermato la validità, anzi l’ha definita un documento profetico, è partito l’attacco: la Chiesa è contro l’amore, s’insinua indebitamente tra le lenzuola dei fedeli, non accetta gli sviluppi della scienza e della tecnica. Tutte cose già sentite quarant’anni fa.

 

Così come molto vecchi sono due stratagemmi utilizzati per contrastare il pensiero del Papa; utilizzati allora sono puntualmente riapparsi anche stavolta. Il primo consiste nell’enfatizzare la distanza tra la teoria e la pratica; con tabelle alla mano si vuol dimostrare che i cristiani non seguono l’insegnamento dell’autorità della Chiesa e, quindi (in questo “quindi” sta tutta la falsità), quell’insegnamento è sbagliato. Se facessimo una statistica sulla consapevolezza con cui noi cristiani riceviamo l’eucarestia, dovremmo concludere che in quel pezzo di pane il corpo di Cristo non c’è. Ma l’autorità esiste appunto per ricordare la direzione ideale per tutti. Se sono distratto mentre faccio la comunione, ho bisogno di qualcuno che mi ridica il valore di quello che sto facendo, non che assecondi la mia distrazione.

 

Il secondo stratagemma è quello di tirar fuori le dichiarazioni di qualche prelato che, consenziente o meno, si presta al giochetto di «non tutti la pensano come il papa e quindi ognuno può pensarla come vuole».

 

Un secondo spunto di riflessioni ci viene dalle polemiche sulla beatificazione di Pio XII. La vicenda è complessa e parecchio intricata; suggerisco a chi vuole approfondirla di leggersi l’ampia intervista di Paolo Mieli su L’Osservatore Romano del 9 ottobre. Va comunque rilevato che il tono di molti articoli apparsi sull’argomento è tale per cui la Chiesa appare, in modo indimostrato, come l’imputato che si deve difendere, mentre semmai questa dovrebbe essere la conclusione dell’indagine, non il puto di partenza.

 

Altro capitolo riguarda il discorso di Benedetto XVI in occasione del decimo anniversario della Fides et ratio di Giovanni Paolo II. Nelle reazioni a questo discorso si vede chiaramente un’altra tattica tipica della disinformazione: si espunge una frase dal contesto e la si commenta e fa commentare a prescindere dall’insieme. Ovviamente la frase selezionata è quella che può servire a confermare le proprie posizioni. Nella fattispecie l’assunto era quello di un inesistente attacco del Papa alla scienza. Tanto meglio (vedi sopra) se a sostenere questa tesi preconcetta è qualche scienziato che si proclama cattolico: l’effetto è assicurato.

 

Sempre nell’ottica della presunta opposizione alla scienza è stato letto l’intervento di Benedetto XVI al sinodo dei vescovi, quando ha ricordato quello che tutti i credenti semplici hanno sempre saputo, che, cioè, la Bibbia non può essere letta esclusivamente con i semplici strumenti del’analisi storica; altrimenti, che «parola di Dio» (come sentiamo a messa tutte le volte che ne viene proclamato un brano) sarebbe? Il richiamo al fatto che la fede è unico adeguato criterio di lettura della Sacra Scrittura è invece stato interpretato da alcuni giornali come «paura» della scientificità della storia. Si noti, tra l’altro, che il crisma di scientificità viene attribuito, del tutto antiscientificamente, solo a chi distrugge il contenuto di fede della Bibbia. Un qualche giornalista che scrive un fortunato libro in cui si afferma che Cristo non ha mai detto di essere Dio sarebbe indiscutibilmente più scientifico di intere biblioteche esegetiche che dimostrano, anche scientificamente, il contrario.

 

Da ultimo poi la propaganda avversa al papa si può appigliare anche ai suoi silenzi. Nella sua visita pastorale a Pompei Benedetto XVI non ha denunciato la camorra? Vuol senz’altro dire che in qualche modo egli si disinteressa del bene comune, dello sviluppo, della giustizia (non si arriva a dire che è connivente con la delinquenza, ma è un passo che il lettore potrebbe fare da sé). C’è uno strano strabismo in merito agli interventi “politici” del Papa (già Giovanni Paolo II ne aveva fatto le spese). Quando il pontefice parla di quello che il giornale ritiene giusto (per criticare Benedetto che non ha parlato di camorra si è rispolverato Giovanni Paolo che ha attaccato la mafia ad Agrigento) fa semplicemente il suo dovere. Quando invece interviene su argomenti altrettanto politici, ma indigesti al giornale (ad esempio la libertà di educazione o la bioetica), allora egli pratica un’indebita «ingerenza» nella sfera politica.

 

Non è da pensare che le magagne della comunicazione giornalistica su questi temi scompariranno. Almeno cerchiamo di stare all’erta.



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