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SCUOLA/ Dal «disagio» del Sessantotto a quello di oggi

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«Quando sono cominciate le agitazioni, ci siamo mossi spinti da un disagio più o meno generico e imprecisato che sentivamo verso la scuola. È un disagio che tutti avvertiamo, chi in maggiore chi in minore misura; ma quando questo disagio non è più sentito dal singolo studente verso il singolo professore, ma da tutta la massa studentesca verso l’autorità scolastica, allora comincia a nascere una coscienza di categoria che determina fra sé e la controparte uno stato di tensione». Non è una frase scritta in questi febbricitanti giorni di subbuglio scolastico. È tratta dal Bollettino del Movimento studentesco del Manzoni, un liceo milanese, del giungo 1968.

Su il Sussidiario di venerdì scorso Giovanni Cominelli concludeva il suo editoriale a commento di quanto sta avvenendo nelle scuole con queste parole: «Il rischio che si profila è il passaggio dal disagio alla rabbia».

È chiaro che i paralleli storici sono sempre impropri e che, quindi, non vale la pena stare a disquisire se e quanto le proteste studentesche di questi giorni configurino un movimento di protesta paragonabile a quello di quarant’anni fa. Ed è singolare che l’ondata delle rievocazioni del «formidabile» «anno degli studenti» (definizioni rispettivamente di Mario Capanna e Rossana Rossanda) cui abbiamo assistito prima dell’estate si sia smorzata proprio in questo autunno che ha visto montare la protesta studentesca. Pur di non citare il Sessantotto, un quotidiano ha addirittura riesumato, come antecedente storico dell’attuale momento, il lontanissimo (e pressoché sconosciuto agli studenti) 1848. L’accostamento delle due frasi suggerisce, comunque, alcune riflessioni.

Anzitutto la constatazione che c’è un «disagio». Per quanto «generico e imprecisato» allora, per quanto soffocato dalla musica degli ipod e dalla massa delle sollecitazioni esterne ora, il disagio è la cifra con cui gli studenti leggono la propria condizione. Da anni si è imposta una espressione che descrive in modo pregnante la vera questione: «emergenza educativa». Il disagio manifestato dagli studenti ne è una spia drammatica ed ogni ipotesi di cambiamento (o di mantenimento dello status quo) che non prenda in considerazione quella emergenza è una violenza nei confronti dei giovani. Del resto proprio l’incapacità del mondo adulto di rispondere alla domanda di autenticità che saliva dagli studenti è stata una delle cause della deriva giovanile che ha fatto seguito all’impeto iniziale del Sessantotto. Una deriva, non dimentichiamolo, che ha voluto dire violenza, anni di piombo, ma anche reazioni evasive in paradisi più o meno artificiali. Tutte forme della «rabbia» citata da Cominelli.

Qui si pone una seconda questione che la frase degli studenti del Manzoni evoca. È evidente che ad un certo punto il loro disagio ha trovato un facile canale interpretativo e una semplicistica ipotesi di soluzione: l’ideologia. Tutti gli storici del Sessantotto mettono in rilievo che l’inizio della protesta ha avuto un carattere, diciamo così, riformista: si voleva una scuola più democratica e aperta all’attualità, una formazione meno libresca, una maggior libertà di espressione. Ad un certo punto avvenne però una svolta: raggiunti dalle formulazioni ideologiche degli universitari, gli studenti delle superiori hanno cominciato a dirsi e a dire che quel loro «disagio» poteva trovare adeguata lettura solo all’intero di una analisi generale della società, che non bastava ottenere dei miglioramenti immediati ma occorreva contestare globalmente il sistema, che era giunto il momento «fare la rivoluzione» per costruire un nuovo assetto sociale ed economico non capitalista. I criteri di interpretazione della società e gli strumenti per cambiarla sono stati forniti dal marxismo, nelle sue multiformi espressioni, dall’ortodossia leninista al maoismo. Insomma, quarant’anni fa il passaggio dal disagio alla rabbia è stato mediato dalla lente distorcente dell’ideologia marxista. Non è facile prevedere se anche oggi si replicherà un fenomeno analogo. Da più parti si dice che le ideologie sono finite, ma non ne sarei così convinto. Se l’ideologia è la sovrapposizione di una idea interpretativa alla semplicità del dato reale, è facile immaginare che anche oggi «cattivi maestri» tenteranno di imporre sul disagio dei giovani le loro idee (magari non strutturate come il defunto marxismo, ma più soft) e, forse anche, di sfruttarne la rabbia.



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COMMENTI
29/10/2008 - lavoro e libertà di insegnamento (tina coppola)

il disagio di un docente precario è determinato da una semplice ed evidente ragione: la perdita del posto di lavoro per sè e della libertà di insegnamento per tutti (cfr. ddl Aprea). salvate i precari dai tagli della scuola! "Rete docenti precari 11 luglio": http://docentiprecari.forumattivo.com/docenti-precari-f1/ http://retedocentiprecari.blogspot.com/

 
28/10/2008 - disagi e 68 (alberto gelli)

il 68 non mi si racconta l'ho subito. la protesta di allora era degli studenti, oggi è dei professori che si comportano come dei bambini ai quali viene negata la marmellata. Sbaglio o ai vertici delle università ci sono i capipopolo del 68 ?.... posso sbagliare, ma alcuni a Pisa li ho riconosciuti. Alberto 39