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Grossman: letteratura per ritrovare identità e senso della realtà

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Incontrare dei veri maestri è oggi cosa rara. Ancor più raro è incontrare maestri scampati al nichilismo, al piattume letterario che, dai drammatici vertici narrativi raggiunti lo scorso secolo, si è tradotto nella sconclusionata velleità di molti moderni scrittori. E così, mentre Magris e Baricco discettano mesti sulla barbarie dell'Occidente ridotto a un cumulo di macerie ideologiche e colpevole di ogni sorta di delitto intellettuale nei confronti del resto del mondo, c'è ancora qualcuno che, come David Grossmann, afferma la positività del vivere.

Strano a dirsi, si tratta di un uomo che discende da un popolo, quello di Israele, perseguitato da millenni. Grossman ha inoltre subito il terribile dolore della perdita di un figlio, Uri, nella guerra israelo-libanese del 2006.

A intervistarlo presso il teatro Franco Parenti di Milano è stato, lunedì sera, lo scrittore italiano Alessandro Piperno, anch'egli di origine ebraica, in occasione dell'uscita dell'ultimo libro, A un cerbiatto somiglia il mio amore, edito da Mondadori.

L'incontro, organizzato dal Centro Culturale di Milano, si è svolto nella forma di un'intervista/dialogo, che non ha lasciato spazio a retoriche indagini sul male nel mondo, sulla crudeltà di cui è capace l'uomo e sull'apparente inutilità dell'esistenza, pur affrontandone più volte i temi  lungo il corso della serata.

Da una riflessione sull'uso del linguaggio la cui semplificazione, spesso funzionale a un potere riduzionista, è stata finalmente (accade di raro) stigmatizzata a favore di una visione più incline al gusto etimologico e alla riscoperta di lemmi carichi di significato, Grossman è giunto a identificare nella letteratura la vera “casa” del mondo.

A livello personale, ha confidato, egli non riesce ad essere l'uomo integralmente corretto e moralmente giusto nei confronti dei propri simili. Un dilemma questo che attraversa l'intera storia dell'etica ebraica. Lo scandalo per la propria celata meschinità nei rapporti con il prossimo è come se lo impedisse a compiere un reale approccio fisico verso l'altro. Lo stesso dicasi per l'accidioso atteggiamento di fondo che lo coglie di fronte alla maggior parte degli avvenimenti quotidiani costringendolo a osservare il mondo attraverso un'opalescenza costante.

Ma ecco che il miracolo avviene nel gesto letterario. La trasfigurazione, un avvenimento che solo il popolo ebraico, paradossalmente, può cogliere appieno, avviene per Grossman attraverso le lettere.

«Quando scrivo» ha detto «mi sento a casa mia. Ogni cosa, ogni ente diviene avvenimento, accade realmente». Per non parlare di quanto succede nei confronti degli esseri umani: «posso e desidero sentire quanto vive il mio prossimo, cosa può provare una donna, o un cittadino palestinese».

Si scatena dunque un'immensa ricchezza emotiva e al contempo razionale quando Grossman si siede sul suo tavolo per lavorare. Una ricchezza di cui ha concesso un assaggio al pubblico del Parenti leggendo ad alta voce un pezzo della sua ultima fatica in lingua originale. L'eccezionale potere evocativo della lingua ebraica, “modernissima e antichissima” come l'ha definita Piperno, si è sparso per la sala, su un pubblico incapace di decifrarne il senso letterale ma in grado di percepirne la musicalità e l'espressività.

Ed è questa redenzione del reale a dare a Grossman la capacità di cogliere il senso dell'esistenza, malgrado l'enormità del dolore e della scelleratezza di molti crimini umani. A questo proposito lo scrittore ha spiegato il ruolo della letteratura come “vendetta”, ossia come mezzo di riflessione sullo scarto abissale fra la grandezza dell'uomo e la sua coesistente infimità.

L'episodio è quello della morte di Bruno Schulz, autore de Le botteghe color cannella, avvenuta per mano di un gerarchetto nazista che voleva togliersi lo sfizio di fare un dispetto a un proprio collega di cui lo scrittore era il servitore.

«Quando lessi il romanzo» ha raccontato Grossman «lo divorai dalla prima all'ultima pagina tutto d'un fiato, ma poi trovai in fondo una breve biografia dell'autore che richiamava l'episodio. Rimasi così scosso che uscii di casa e stetti fuori per ore e ore. Non volevo vedere nessuno, non volevo vedere i miei né tornare a casa. Non potevo accettare di vivere in un mondo in cui accadono cose simili». La futilità, l'apparente vacuità del tutto sembravano allora prendere il sopravvento. Fu questo senso di disperazione che spinse l'autore a scrivere, nel 1983, Il sorriso del Capricorno, romanzo dedicato a quel tragico episodio. Mediante la scrittura, quella morte senza significato assumeva finalmente un senso. Era come riportare in vita la grandezza di Schulz. «Stalin diceva che uccidere una persona è omicidio, ma ucciderne un milione è una statistica. Ebbene io scrissi quel libro per trarre Schulz fuori dalla statistica, e, con esso, tutto il popolo ebraico vittima dell'Olocausto».

L'ultimo grandioso passaggio non ha mancato di tradire quest'ottica rivoluzionaria.

Alla domanda di un membro del pubblico che chiedeva se con la sua opera Grossman intendesse o sperasse portare la pace in Israele egli ha infatti risposto: «lo scopo della letteratura non è quello di portare o meno la pace. Ma quello di evitare la massificazione dell'individuo tipica della guerra». Un metodo quindi propositivo e non impositivo, educativo e non inibitorio, in poche parole un metodo per estrarre l'uomo dalla propria accidentalità.



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