BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

MOSTRE / La vita e il destino a Gerusalemme, l'esposizione dedicata a Vasilij Grossman

Pubblicazione:

crocestelladavidR375_09ott08.jpg

Perché dovrebbe essere importante la mostra di Grossman a Gerusalemme?

A parte la magia del nome del posto, qual è il legame tra un autore russo ateo e questa città sacra a così tanta parte dell’umanità? Tale è il potere attrattivo della religiosità di Gerusalemme che esiste persino una sindrome psichica codificata come “sindrome di Gerusalemme” per indicare che il pensiero non riesce più a staccarsi da certi temi.

Eppure Grossman dovrebbe averci poco a che fare. Era ebreo, ma non se ne è reso conto che molto tardi nella sua vita. Di Dio – dice il figlio – gli interessava “il lato umano”. Della questione di Israele non ha mai parlato. In più, qui lo propongono insieme un gruppo di cattolici e la comunità ebraica italiana in una sala gestita da russi. Lingue parlate nell’inaugurazione di martedì: ebraico, russo, italiano, inglese.

Sembra tutto molto complicato e questa a prima vista è l’unica cosa che c’entra con la complicatissima vita di Gerusalemme.

Invece il legame è profondo ed è importante capirlo. Grossman parla della vita e del suo significato. Il livello più profondo della libertà che egli descrive, oltre alla libertà politica, al di là anche della libertà di parola e di pensiero mai abbastanza garantite, è il legame della libertà con la verità e con quel livello di domande ultime della ragione e dell’affezione che don Giussani chiamava “cuore”.

Se c’è una chance che ebrei, musulmani e cristiani evitino fondamentalismo e relativismo essa è legata alla condivisione di questo livello della propria umanità. Non si tratta di “indebolire” le proprie appartenenze, al contrario è un appello a viverle fino in fondo, fino al punto in cui esse delineano quel volto ultimo dell’uomo che è uguale in ciascuno.

Grossman è un maestro nell’andare a fondo delle domande che costituiscono questo “cuore” dell’uomo, le sue certezze e le sue debolezze, il conflitto senza fine fra l’egoismo e il sacrificio di sé, fra la perenne tentazione dell’affermazione dei propri pensieri e l’adesione alla realtà così com’è. È proprio in quest’ultima alternativa che la grandezza di Grossman emerge: il “cuore” è tale, le domande dell’uomo emergono se e solo se l’uomo sta di fronte ai fatti che gli capitano – alla realtà per usare il termine generale – l’accetta fino in fondo, la “sente” fino a immedesimarsi con essa, fino ad avvertire il dolore delle sue ferite. Solo allora le domande “religiose” diventano vere. Altrimenti sono ideologiche. Come erano ideologia il nazismo e il comunismo che Grossman equipara, come è ideologia tutto ciò che si allontana dalla realtà in nome di uno schema intellettuale precostituito, come siamo ideologici noi quando partiamo dai nostri pregiudizi nella vita di tutti i giorni, nella famiglia, con gli amici, con il lavoro. In una parola con la vita. La vita o è appartenenza alla realtà ed è libera o è ideologica ed è schiava di se stessi e di chi, non sempre in modo innocente, ci ha fornito le sue idee.

Qui a Gerusalemme è questione di vita o di morte e che siano dei cattolici e degli ebrei a proporlo non è un caso: il riconoscimento del Dio biblico salva la ragione naturale dell’uomo e quindi il suo senso religioso autentico.

 

(Giovanni Maddalena)



© Riproduzione Riservata.