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MOSTRE/ Cromazio di Aquileia, costruttore di nuova civiltà nel disfacimento dell’Impero

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In un’epoca di difficoltà e di “crisi” come la nostra quali aspetti tenere presenti per ripartire? Di fronte ad un mondo che “finisce” cosa trattenere? E cosa lasciare? In un contesto in cui la religiosità e le religioni assumono sempre più importanza ma nello stesso tempo si prestano a derive fondamentaliste e violente come poter veramente dialogare tra culture e religioni diverse? Quali nuove relazioni la nostra civiltà del diritto saprà instaurare con quelli che potremmo chiamare i “nuovi barbari”? Le risposte a queste domande possono arrivarci anche dalla storia dove situazioni simili sono già accadute. L’occasione ci è data dalla grande mostra inaugurata lo scorso 6 novembre a Udine dal titolo “Cromazio di Aquileia. Al crocevia di genti e religioni” e che rimarrà aperta fino all’8 marzo 2009. In un’intervista di alcuni anni fa sulla situazione della Chiesa odierna e i pericoli di fronte ad essa il vescovo di Tours mons. Jean Honorè affermava: «L’arianesimo torna di attualità oggi.

C’è una tendenza a disincarnare il cristianesimo. Io sono convinto che ci sia, storicamente e geograficamente, uno stretto legame tra l’arianesimo e l’islam. L’islam è cresciuto nei Paesi dell’Africa del Nord, dove c’erano comunità cristiane fiorentissime, dissolte in seguito alla conquista dei Vandali che vi hanno portato l’arianesimo e che hanno perseguitato, nel IV e V secolo, tutti i vescovi che volevano mantenere il legame con Roma». E il vescovo, dopo aver indicato sinteticamente il contenuto dell’eresia ariana nella negazione - di fatto - della vera divinità di Gesù Cristo, Dio fatto carne, e la riduzione del cristianesimo ai valori portati da Dio senza la carne di Cristo, conclude: «L’arianesimo, rifiutando la filiazione divina di Gesù, ha separato la creatura dal Creatore.E ha favorito la diffusione di una religione, l’islam, che attestava la trascendenza assoluta di Dio e annientava la realtà dell’uomo».

Tale eresia aveva drammaticamente diviso la Chiesa del IV secolo tanto che i pochi difensori della vera fede (Ilario di Poitiers li chiamerà «la compagnia dei santi») erano stati esiliati lontani dalle loro comunità e gli assertori dell’eresia venivano fortemente sostenuti dal potere imperiale del tempo perché tale impostazione teologica del dogma trinitario sottolineava maggiormente l’unicità di Dio e quindi favoriva l’affermazione dell’unica sorgente del Potere che si identificava, alla fine, con l’imperatore «vicario di Cristo» in terra. Tale lacerazione venne superata da due Concili celebrati nel 381: a Costantinopoli per l’Oriente e ad Aquileia per l’Occidente. In un solo giorno (3 settembre) il vescovo Ambrogio di Milano – alla presenza di altri 35 vescovi venuti da tutta l’Italia settentrionale, dalle coste dell’Africa, dalla valle del Rodano e da tutta la Decima regione che faceva capo ad Aquileia - debellò gli ultimi residui dell’arianesimo in Occidente riaffermando con chiarezza la verità della fede in Gesù Cristo vero uomo e vero Dio: e quindi vero Salvatore dell’uomo.

In quel giorno, seduto tra gli scranni di quel Concilio che divenne decisivo per tutta la Chiesa c’era un giovane sacerdote, di nome Cromazio, in qualità di esperto dell’allora vescovo di Aquileia, Valeriano. Quel giovane teologo, alla morte del venerato pastore (388), prenderà il suo posto alla guida della comunità di Aquileia lasciandovi un segno indelebile. E come prova dell’importanza e della preparazione del nuovo vescovo vi è il fatto che Ambrogio, divenuto nel frattempo sempre più il vero punto di riferimento della Chiesa in Italia e non solo, si scomoderà per venire a consacrare il nuovo pastore. Ma perché Aquileia, una città oggi non particolarmente significativa dal punto di vista ecclesiale e politico?

Perché tale città, al contrario, nel IV secolo rappresentava uno degli snodi fondamentali dell’epoca tanto da far dire allo storico Erodiano: «Già da molto tempo Aquileia, che era città importantissima aveva una popolazione assai numerosa: trovandosi vicino al mare, fungeva da mercato per l’Italia». Centro commerciale di prim’ordine poteva servirsi addirittura di due porti; godeva di una certa autonomia finanziaria grazie alla presenza di una zecca in città che coniava le monete per pagare i soldati romani stanziati nell’Illirico e in tutta l’attuale ex-Jugoslavia. Dopo la dolorosa sconfitta di Adrianopoli (378) da parte dei Goti, Aquileia si venne a trovare sulla linea di confine tra l’antico che crollava ed il nuovo che avanzava a mò di ponte tra Oriente e Occidente, una sorta di laboratorio dell’incontro tra la civiltà del diritto e i “barbari”. E a livello ecclesiale rappresentava, dopo Roma, il centro più significativo dell’Italia (e non solo) dal momento che raggruppava la giurisdizione sull’attuale Svizzera, la Baviera, l’Austria, i territori dalla Slovenia all’Ungheria, fino all’Illirico.

La comunità cristiana di Aquileia rispose con nettezza alla vocazione storica in cui si venne a trovare tanto da vivere, proprio nell’epoca più difficile per l’Impero d’Occidente, la propria “età dell’oro”. È questo periodo che la mostra inaugurata nel Museo Diocesano di Udine vuole presentare attraverso la testimonianza di uno dei suoi principali protagonisti: Cromazio. Quando egli assume la guida della comunità di Aquileia ormai la pretesa imperialistica di Roma si è scontrata con i fallimenti storici che vedono crollare una dopo l’altra le difese ai confini dell’Impero. A tale strategia di Roma nel segno dell’assimilazione delle genti, Cromazio propone il progetto nuovo di pace tra i popoli diversi affratellati nella vera fede sul fondamento della Parola del Vangelo, vissuto nell’esperienza della comunità. Egli - oltre il diritto delle armi e del benessere dei commerci - propone l’esperienza della fede come la scoperta della perla preziosa che dà soddisfazione alla vita. Da pastore appassionato (ovvero da padre) non parla sopra la testa della sua gente ma, partendo dal vissuto quotidiano, la educa a cercare ciò che permane in ciò che attrae ma passa. Famosa la predica in un giorno di mercato.

Cromazio sta parlando a quel gruppetto di amici che – secondo l’antica tradizione di Aquileia – vivono insieme seguendo una regola, il cosiddetto «coro dei beati», una sorta di comunità monastica ante litteram dove si erano formati i più importanti protagonisti della vita ecclesiale del IV-V secolo (Girolamo, Rufino di Concordia per citare i più famosi). Sente il vociare che proviene da fuori e, per nulla scandalizzato, dice: «Questo concorso e affluenza di popolo in un giorno di mercato ci offre l’occasione di proporvi, fratelli miei, la parola del Vangelo, perché le cose di questo mondo sono generalmente figura delle realtà spirituali e le cose della terra offrono l’immagine di quelle del cielo. Infatti anche il Signore e Salvatore nostro ci richiama frequentemente le realtà celesti ricorrendo a quelle della terra, come quando dice: “Il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare” (Mt. 13,47), o ancora: “Il regno dei cieli è simile a un mercante che va in cerca di una perla preziosa” (Mt. 13,45). Se dunque lo scopo del mercato è di consentire a ciascuno, secondi i propri interessi, di mettere in vendita ciò che ha di troppo o di acquistare quanto gli manca, non sarà fuori luogo che anch’io vi esibisca la merce affidatami dal Signore, la predicazione celeste, dal momento che ha scelto anche me, sebbene infimo e indegno, fra quei servitori ai quali ha distribuito dei talenti per essere impiegati e trarne guadagno. E certamente i mercanti non mancheranno là dove, per grazia di Dio, ci sono tali e tanti uditori. D’altra parte è più necessario cercare un guadagno celeste là dove non si trascurano gli interessi materiali. Il mio desiderio è di proporvi, fratelli carissimi, le perle preziose delle beatitudini estratte dal santo Vangelo; perciò aprite i forzieri del vostro cuore, comperate, prendete con avidità, impossessatevi con gioia». T

utta la vita di Cromazio è questa sfida alla costruzione di una nuova civiltà tra Alpi e Adriatico: quella della città di Dio in mezzo alla città insanguinata e precaria degli uomini. Egli infatti è totalmente immerso nelle vicissitudini del suo tempo e come «nuovo Giona» inviato alla grande città (famose le sue omelie proprio sulla figura dell’antico profeta biblico) innalza la sua voce. Cromazio: il cristiano, il monaco, il vescovo: l’uomo per Aquileia, al crocevia di genti e religioni. Innanzitutto Cromazio è l’uomo che, nell’incontro con Cristo, ha sperimentato la novità (unica) che regge il crollo dei tempi. E, oggi come allora, la sua testimonianza ci raggiunge affinchè anche noi, come nani sulle spalle di giganti (così nel Medioevo veniva raffigurata la Tradizione), possiamo guardare al futuro con speranza. Perché sulle spalle di chi ci ha preceduto possiamo vedere più lontano delle contingenze in cui siamo immersi, e recuperare – sempre – la vera natura del cristianesimo come avvenimento della Presenza di Cristo nella carne che dà alla vita un orizzonte duraturo.



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